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lunedì 8 ottobre 2012

bimba


Ecco mani nervose che muovono aria viziata, e tutte le voci delle donne che fanno un coro immenso. Cammina veloce senza badare alla voce, e le mattonelle sono sorelle, di una storia urlata nelle notti d’agosto. C’era quella bimba che lo voleva sposare e lo cercava tutte le sere. A lui piaceva il vento che si alimentava tra le sue parole sussurrate e i suoi occhi spalancati. Tra balcone e balcone, cinque metri di ponte tibetano invisibile, da dove passava tutta la timidezza spinta da quella sua ebbrezza. Un vortice fresco di cui oggi sente una tremenda nostalgia.

Questa bimba giocava alla moglie e vestiva come quelle bambole in spaccata sui lettoni dei nonni. Sbuffava per farsi notare, cadeva per farsi prendere. Niente, lui teneva tra le mani solo figurine: “Zoff non esce mai”. Soffriva. Zoff era davvero inafferrabile. La bimba cantava la canzone di Modugno che sentiva cantare alla madre mentre lavava i piatti, con tutto l’odore dei broccoletti che pesava nell’aria. “Mamma, mi porti giù?”

Nel budello di cortile faceva freddo d’inverno con tutto quel mare che smuoveva l’umido, e pioveva poco. Le sparute macchine chissà quali corpi di donne maltrattate obbligavano a viaggiare. Senza stelle certi paesi restano oscuri. La bimba pensava a quegli odori, e sentiva quelle urla strozzate. I nonni ancora non erano rientrati. Le tende immobili spegnavano le speranze, di supereroi pronti a intervenire. Nessuno. Neppure zio Mimmo, ché stava sempre imbarcato su navi gigantesche piene di petrolio nella pancia. Insieme al cugino Alfredo nel pomeriggio aveva visto il capodoglio sdraiato sulla banchina, morto, accerchiato da uomini vigliacchi: lo sapesse Achab, sai che calci con quella sua gamba d’avorio. Invece silenzio, in paese deve scendere il silenzio, altrimenti diventa città. La bimba, con gli occhi tutti rossi e quelle guance graffiate dalle proprie unghie, voleva, in quella serata pungente, soltanto che quel bambino coi capelli neri spettinati le dicesse ciao.

sabato 6 ottobre 2012

etichette d'autunno

Negli ultimi mesi mi hanno definito: ossessionato, strano, attore, immischiato, almeno quello che mi hanno detto in faccia. Potrei scriverci su un post o farmici un toast, senz'altro pensare a come non pensarci. Questo il reale problema: infilarsi tra le etichette messe a mo' di torero e scappare a polmoni aperti verso stradine sconosciute, dove incrociare persone adorabili di solitudini e pensieri.
Intanto fuggo al Maxxi, almeno là le etichette sono contemporanee, per niente retoriche o di seconda mano. Azzardiamoci un presente all'altezza dei nostri desideri, no?

Poi vorrei capire come sia capitato quello che, scrivendo nel motore di ricerca google scopa mia moglie blog spot, ne sia uscito fuori il mio blog. E io che pensavo di aver trattato benissimo la mia amata moglie. Vatti a fidare degli algoritmi va. Meglio le chiacchiere della comare al vico, ché almeno difettava di fantasia.



 

la vostra vita


Ho appena finito di vedere “La nostra vita” di Luchetti. Il dramma nel film emerge utilizzando la direzione sbagliata che prende il protagonista – prima operaio edile poi imprenditore in subappalto - dopo la morte, di parto, della moglie. Un’ostinata volontà di fare un passo avanti per scacciare il lutto e ripartire dall’illegalità, dai soldi che servono per continuare a immaginare le vacanze in costa smeralda. Intanto servono a coprire il vuoto di sentimenti che i figli vivono in quella casa. Poi segue una narrazione di ruggine e dolore.

 Sento cinismo nell’aria stasera. Già al parco, mentre i miei figli giocavano a pallone insieme a una cricca di ragazzetti sboccati e pallonari incalliti, mi chiedevo il limite tra le ragazzate e l’abisso verso l’indifferenza. Li osservavo da lontano, da una panchina di fronte al tramonto romano, in fondo vedevo pure il cupolone come in un plastico, e pensavo alla violenza che non vediamo quasi mai ma che percepiamo quasi sempre. Agli infiniti linciaggi che accadono ogni notte negli angoli. Al buio. E pure sappiamo, e la coscienza ribolle impaziente come quando l’incubo si veste di paure d’infanzia, in stanze minuscole di poster e porte chiuse.

Allora vedo questa rabbia che prende forma di cartacce sparse al parco. Di figli dolci in braccio a madri glaciali. Macchine lucidate con assassini a bordo. Lampioni spenti uno si e l’altro no. Curve di erbacce mai tagliate. Una donna africana avanza in compagnia delle sue pesanti buste della spesa. Del mio silenzio dignitoso contro i sorrisi sperperati in luoghi sterili.

Le telefonate fatte per noia. Gli sms sbagliati di tono.

Odiavo l’indifferenza di mio fratello mentre amavo la tua dolcezza futura.

martedì 2 ottobre 2012

Al corso di Antonio


Tempo fa feci un corso presso una libreria. Tutti i giovedì per qualche mese. Il conduttore aveva, e credo abbia ancora, una capacità comunicativa commovente e uno stile asciutto espresso attraverso una forma diretta, umana. Così riusciva sempre a creare un’atmosfera serena e, considerandola nel suo complesso, accogliente e stimolante. Volevo scrivere socratica, ma è inutile scomodare sempre il passato per valutare il presente, soprattutto quando questo si mostra originale, e quindi, dovrebbe essere alla ricerca di una propria identità.

Mi mancano quelle serate di parole calde e pensieri come eruzioni: spesso si riusciva a condensare in poche frasi pensieri che altrove magari ci impiegavi tre ore. Questo era frutto non di una magia, nemmeno di un miracolo, soltanto della capacità di una persona in gamba che ci immergeva in un contenitore di brodo buono, evocativo e saporito.

Grazie Antonio.

 Poi l’anno successivo spinto da una collega di corso, per ripicche di pizzate non fatte, e altre diavolerie femminili, che alla fine mi suggerì di fare un altro corso e io ascoltai. Maledetta prima fase. Ora sarei pronto per la seconda, ma è tardi, caspita è troppo tardi. No?

Oggi leggendo questo pezzo ho avuto la sensazione di continuare il corso, e questo è molto bello.

giovedì 27 settembre 2012

niente sale stasera


Nell’ultimo post si avvertiva un sentore di morte, di vertigine per i declini intravisti, e di tutte le parole di sale non dette ma odorate, dal primo all’ultimo bit, che non avrei potuto scrivere altro; e poi tutti se n’erano andati a dormire, comprese le ragionevoli attese, le immancabili speranze. In realtà erano enormi e gonfie paure, visto che oggi poi ho trottato come un mulo e nella testa pensieri come di un fanciullo prima di tuffarsi in mare, nel mese di aprile ai primi caldi.


Antonio, capisci che la situazione non è poi così statica: tutto si muove, come in un vortice magari, da non lasciarci fermi neanche con le certezze nelle tasche. Mi viene voglia di fermare ogni cosa o battito, e vedere se le cose da sole cambiano e dove vanno a finire. Ma non ce la faccio, quindi, mi sdraio sull’asfalto e ascolto il rombo lontano come monito per scappare verso marciapiedi infiniti. Vedo parallele strade accompagnare i tuoi pensieri, coi tuoi preziosi consigli sui bordi per me. Sarò forte da non deviare all’improvviso o tuffarsi in qualche altro personaggio o idea, no, stavolta sarò saldo e luminoso nel captare ogni buona occasione per non sragionare dietro pensieri altrui. Starò notte e giorno con gli occhi sbarrati a osservare il mondo abbaiare. Così aspettare il momento giusto, tra latrati e paure, per tirare su le serrande abbassate della mia bottega di parole e colori.

mercoledì 26 settembre 2012

occhi rossi


Guardavo quella bimba alla sua prima prova di danza, in una stanza quadrata di legno e specchi, e quasi mi veniva da piangere: una scossa di pensieri sui miei figli proiettati lontano da lì. Fuori dal mondo, da quello mio e da quello loro, che si spegnerà come tante altre meteore bizzarre di passaggio. Capito Raymond?  guardo una bimba incerta sulle sue gambe sopra a quel pavimento liscio, e mi vedo all’angolo accovacciato con gli occhi rossi e gonfi. Anche l’orologio alla parete andava avanti, e la musica forzava le porte e tutte le finestre. Fuori la Prenestina faceva già paura coi suoi motorini velenosi e spietati, che fanno apparire i pedoni degli scampati al tramonto, e nessuno che si dava la mano.

Caro amico mio io non ricordo quasi nulla. Perdo ogni memoria, desiderando che questa sottrazione porti davvero verso la timida leggerezza che amavo da bambino. Invece eccomi accovacciato con la barba incolta a immaginare Toronto, Carstairs e il dolce fango femminile che ne deriva. Le bimbe ballavano e io navigavo.

lunedì 17 settembre 2012

Quella signora


Nel ’93 lavoravo come assistente, inviato da una cooperativa, presso una signora che soffriva di Alzheimer. Mi era molto simpatica, con quel suo accento del nord che utilizzava con disinvoltura in giro per il quartiere AppioTuscolano. Una mattina, al mio arrivo, la intravedo dal cancelletto del giardino che traffica dentro la sua lavanderia; cerca di mettere la montagna enorme di panni sporchi nella lavatrice facendo una fatica enorme, poiché non riesce a coordinarsi bene davanti a quell’elettrodomestico che un tempo avrebbe domato in un attimo. Non ce la fa e si vede. Mi commuovo a quella scena, ma, una volta dentro il giardino, mi arrabbio un po’ ricordandole che mi avrebbe dovuto aspettare, poiché l’avremmo fatto insieme il bucato, così come d’accordo preso insieme all’assistente  sociale. Si mette a ridere e mi dice che sono dolce. Lo è lei senz’altro - anche perché nonostante il figlio tossico  che spesso la maltrattava cercando di estorcerle soldi -  resiste col suo stile discreto dentro a una casa diventata troppo grande dopo la sua malattia e la morte del marito. Il figlio quando non va in crisi è tranquillo e sonnecchia più del tempo in camera sua. Questo ragazzo allo sbando mi obbligava ad ascoltare le sue composizioni malinconiche chitarra e voce, live nella sua cameretta; mi faceva pure ascoltare musicassette registrate tempo prima, quando si faceva un po’ di meno, e collaborava con altri musicisti. Così diceva. E io lo ascoltavo, coi miei vent’anni, i capelli lunghi e tutte quelle illusioni speranzose che mi hanno fatto vedere decine e decine di film in giro per la città; mi hanno fatto leggere libri come mai era successo prima. Alla fine queste illusioni mi hanno fatto vedere pure Rutelli, poco prima che diventasse sindaco, dentro a una Ritmo beige al tiburtino terzo, subito dopo un comizio davanti a una platea di borgatari e me. Questo perché ero curioso fino all’osso, e dopo anni di attese in una piccola città di mare ora mi toccava nuotare tra le splendide aspettative in una Roma ancora più polverosa e per niente eterna, che si sdraiavano ogni giorno davanti ai miei occhi sensibili.

L’ultima volta che ho visto la signora con l’Alzheimer stava al S. Giovanni, tra altri malati, e con suo figlio accanto al letto. Di lì a poco un parente del nord l’avrebbe portata a vivere con sé; del figlio non ho saputo più niente. Il mio intervento assistenziale è apparso, alla luce dei fatti, e per una logica di welfare, perlopiù inutile.

Questa cosetta mi è venuta in mente dopo aver letto il pezzo di Pascale.
 
Ecco, pensando a Roversi penso anche a questa canzone:
 
 

 

venerdì 14 settembre 2012

mitomania


Devo imparare a gestire la mitomania virale che si presenta la domenica mattina; per farlo, e per praticare una giusta distanza da questa materia incandescente che sta poco più sotto dell’amigdala, devo leggere. Tanto. Il meglio. Quello che serve per la mia formazione a singhiozzo, che negli anni, da sempre, mi ha garantito slanci memorabili attraverso prestazioni da nobel – magari che durava un paio di mesi – e vuoti immensi quanto gli oceani, dove precipitare nell’abisso dell’inabilità. E in quei momenti mi sento un ignorante di gran classe, un emerito nulla al galoppo del suo tempo. Di velleità quasi televisive, di anticorpi che prendono la forma di sempliciotte soluzioni di redenzioni a portata di mouse. No. Non può essere sempre così, non oggi né domani. Intanto v’invito a leggere quest’articolo davvero azzeccato di Nicola Lagioia.

http://www.minimaetmoralia.it/?p=9358

 

martedì 11 settembre 2012

stavo a terra


Stavo a terra e guardavo le nuvole che si rincorrevano come cani al rallentatore. Intorno non c’era nessuno. Ai lati dei miei piedi pompelmi e mandarini, fratelli amari messi lì da qualche giardiniere sensibile, anni fa. Quando per le strade si usciva mano nella mano e si mangiava la pizza il sabato sera, prima delle malinconie quiete delle domeniche. Ah sì, era il tempo dei concerti con pochi soldi, almeno due o tre il mese e poi il fine settimana in Umbria o un volo all’ultimo minuto per Londra. C’era Gianni che offriva sempre la birra, il venti del mese, giorno godereccio del suo stipendio. Antonia no, a lei mancava il coraggio di vivere spensierata ché il padre aveva sempre sofferto di depressione bipolare, e non le sembrava giusto godere di quelle esagerate libertà di quegli anni. Già, e c’era pure Oreste che sentiva tutti quei brividi sulle braccia quando la notte rincasava e ripensava ai racconti ironici, pungenti e azzeccati che Sandro narrava nei locali pieni di fumo e vino rosso.

Mancavo io, che stavo già a pensare a questo pezzo-testamento da scrivere, ma adesso ci sono, e mi ritrovo nel locale con le pareti rosso scuro senza fumo e con vini solo biologici e per niente rilassanti. Non so cosa fare né da dove cominciare a scalpitare per presentarmi brillante davanti a quest’ultimo atto denso di attese che vedo correre al rallentatore come i cani bianchi dietro al vento.

 

sabato 8 settembre 2012

simpatia


Mia moglie merita un posto d’onore tra le creature che, attraverso un intreccio di stile e dolcezza, sanno meritare l’appellativo di persone perbene. Io da oggi ambisco a ciò.

Un’amica dai lineamenti sereni mi ha trasmesso pensieri in rivolta, senza toni aggressivi né guerre di religione per praticarli. Lode a questa ragazza esile e forte e con quella sua carnagione che la sa lunga sul diritto alle vacanze di noi tutti. Bene, sono contento di aver scambiato con lei per circa un inverno pensieri e sogni, incubi e incomprensioni.

Un amico mi lascia intendere che gli trasmetto sincerità e coraggio; mi nutro di questo silenzioso complimento e spero di digerirlo molto lentamente.

Una bimba di nove mesi con un faccione esplosivo che ride al primo sguardo.

Allo stupore di certe simpatie improvvise verso persone mai annusate prima, e, annusandole, ti accorgi di un simile odore d’infanzia che ti volteggiava sulle spalle al mattino, prima della partita di pallone. La prima partita, delle trenta e più che affronterai con gli altri dieci ragazzini drogati di pallone come te, in quelle giornate estive.

Alla speranza che la tua storia si faccia scrivere da mani decise e sincere, per niente ruffiane, no, ma almeno che possano gravitare libere tra l’autentico e il feroce, magari di notte.

Al sudore speso per amore per niente sportivo.

Alle persone simpatiche che incontrerò.


 

giovedì 6 settembre 2012

pezzo d'amore


Oggi festeggio un anno dalla fregatura più grottesca e spietata che mi sia mai capitata in vita, incubi esclusi. E che fa? Niente, perché tanto niente cambia se faccio. Questo potrei dire se fossi una persona conformista e vagamente di sinistra. Invece io, a dispetto di quel che sembra, sono sì libertario nei movimenti, ribelle negli aggiustamenti e moderato di temperamento (ma poi, cosa sembro?); alla fine però se mi rompi o freghi mica ti lascio fare. Eh! Allora scatta quello sbrocco che tanto ha caratterizzato la mia vita lavorativa. In fondo ognuno fa politica come crede: c’è chi chiacchiera e dichiara guerra tutte le sere al mondo sprofondando sul divano e chi, magari, si inserisce in gruppetti puri e duri e pensa di stare all’avanguardia del meglio, ogni santa mattina. Beati voi. Vi voglio venire a trovare a uno a uno nei vostri posti di lavoro, o tra le vostre reticolanti famiglie. Ho scelto, già da giovanissimo, di affidarmi al mio fiuto sociale e alla mia fedele sensibilità. Quasi sempre c’ho preso. Altre volte sono caduto dentro me stesso, come in un vortice mi sono lasciato risucchiare dal buco nero; altre volte ancora sono entrato in crisi e poi scappato verso lidi più caldi. Non mi pento caro mio, vorrei solo aver imparato a riderne con tutti i denti splendenti in mostra: la mia prima linea combattiva e convinta, tra canini e sorrisi.

Lasciamo stare ché in questi giorni sono sereno al punto giusto e non voglio precipitare nel gorgo fascinoso, sempre pronto per noi vecchi nevrotici. Stavolta mi godo gli interstizi tra l’amore e la noia, e per dare un segnale alla popolazione fremente mi zittisco e prometto che il prossimo post sarà solo di risate e porcate.
 
Ascoltate questo bel pezzo d'amore.

martedì 4 settembre 2012

Alla ricerca del personaggio perduto


C’era il personaggio c’era. Stava dietro la sua gonna, e cercava l’odore. Quello denso e vivo utile a tirare fuori il carattere. I contorni netti. Poche scene, quelle necessarie a far muovere le sue gambe in groppa ai propri sentimenti: un passo irresistibile.

Ti dico che c’era il personaggio e nuotava a largo, intorno alla boa, lontano dagli scogli. Poi una barca lo fa salire e lui si tuffa con stile accennato. Ancora si tuffa, e prende l’aria, quella a filo d’acqua che contiene brodo, o sapore, di un mondo profondo e ignoto. Sopra la sua nuca bagnata e salata un cielo blu senza nuvole. Intorno tutto aperto, troppo aperto ché fa vedere la morte in fondo. Ma lui non ci sta e vuota il sacco: una serie di sfumature sulle sue incapacità e di amori impossibili appena accennati, nei suoi giorni normali.

Insomma, c’è quel mostro che scalda i muscoli e spacca specchi, in bettole di campagna, nelle camerette dell’adolescenza già distrutte a colpi di bastonate, nelle notti d’angoscia. Davanti a un seno da succhiare. Un gatto da accarezzare.

 
Il personaggio sta nei nostri occhi, caro Andrea, e vuole scappare con tutto il tesoro.

Ora mi sdraio sul letto e gli faccio lo sgambetto, intanto uno della casa va al gabinetto. Adoro queste scene quotidiane, mentre sogno altre meridiane.

 

sabato 1 settembre 2012

mutante


 Appena vedo un trailer dove Toni Servillo fa l’attore protagonista, capisco che il film ha già un suo perché. Quest’attore di Caserta, di cui so poco della sua vita privata, e che magari fa vita monacale, per cui può permettersi di fare almeno due o tre film di alto livello ogni anno, è il mio attore preferito e credo sia tra i migliori . Di sempre. A me il suo recitare emoziona e turba. Come vedo la sua faccia modificata per il regista di turno, mi preparo a un’immersione in una storia da godere.

È poetico sapere di mutazioni casuali del DNA che ci sono capitate, con le quali abbiamo fatto i conti per tutta la giovinezza, spesso incrippandoci, dando mille significati diversi ai nostri passi falsi, alle nostre mosse azzeccate, improvvise, che ci hanno fatto sentire un po’ speciali e un po’ coglioni.

 
Mutare o essere mutanti, questo dilemma oggi mi fa apparire pacificato davanti alla mia storia. Almeno per oggi. Forse anche domani. E magari per tutto settembre, che già mi emoziona col suo ventaglio di possibilità. Col suo fresco passaggio di giornate luminose e semplici. Con la sua carica erotica che ci spinge a voler far l’amore tutti i pomeriggi, e a non contare più i giorni sprecati dietro a deboli prospettive. Sì, Toni Servillo mi spinge a mutare per ogni parte da affrontare. Senza vergogna, senza freni, quelli tanto già ci sono in me; ma con ogni molecola allertata, ogni muscolo pronto, e tutti i sentimenti in movimento, nel costruire il personaggio azzeccato e memorabile da cui ripartire.

giovedì 30 agosto 2012

ultimo




Non so perché mi ero messo con quella. Di certo quell’estate, almeno fino a luglio, è stato tutto e solo amore e qualche nuvola. Sapevo che il padre spingeva per farla entrare in banca, ma, questo, fino all’ultima inginocchiata d’amore puro per me, non pensavo fosse così imminente. Invece. Mi saluta con un ultimo bacio perfido il trenta luglio “vado negli steitz con mia sorella, là ci aspetta un cugino, ci vediamo al ritorno”. Così non è stato, poiché al ritorno dalla vacanza stava già seduta dietro a una scrivania lucida e sgombra da inutili cartacce d’ufficio qualunque: solo un computer tutto nuovo per le sue diaboliche stime. Fare i conti in tasca ai correntisti, decidendo a chi dare un po’ di speranza liquida e a chi togliere la casa solida. Ecco quello che faceva. Lo so, ché me l’ha detto Monica la sua amica. Ricordo che prima del trenta luglio stavamo sempre a fare l’amore in spiaggia, o a casa sua. Una volta l’abbiamo fatto pure nel retro del negozio del padre, tra gli scaffali metallici traballanti e pieni di bulloni e pistoni. Il puzzo di olio e di grasso era una droga eccitante per le sue perversioni. Una volta al mese circa si divertiva con le perversioni. Era una tipa complicata lei; a me bastava soltanto averla addosso, e sentirla tesa verso la mia pelle. Fresca. Tutta per me. Poi dal trenta luglio faccio finta di niente: niente, sta in vacanza con la sorella, non è che m’importi tanto sai, vedrai che quando torna ricominciamo. Verso la fine d’agosto preferivo dichiarare alla popolazione “ quello stronzo del padre c’è riuscito a sottometterla ai giochi di famiglia”. Verso il venti settembre, vedendola attraverso la grossa e glaciale vetrata della banca, col suo completino nero e annessa collana enorme di pietre sul seno, sono crollato e ho capito quasi tutto. Dovevo confessarlo al più presto. Agli amici. A mio fratello. Non ce la facevo più con la recita di quello che aspetta sereno davanti al bar che la donna torni affamata di sentimenti, e che faccia la pazza per riconquistarti – così funziona da noi, ai maschi non passa per la testa di corteggiare o quelle trame lì – niente, ho preso il telefono e l’ho chiamata sul cellulare: ma non dovevamo andare alle terme insieme? Come se in quei due mesi lei non ha pensato che a ‘ste cazzo di terme. Infatti: alle terme ci sono stata, con mia sorella, e che belle che erano. E tu quando ci vai? Come se non fosse successo niente. Come no, il prima possibile, borbotto io. Come se non fosse successo niente neanche a me. Insomma, questa comunicazione degna dell’era breznievana ha seppellito ogni speranza di riaverla tra le braccia a ogni ora del giorno. Nella mia testa è successo all’improvviso. Nella sua chissà. In fondo chi ci aveva mai pensato a queste conseguenze tristi, fino al trenta luglio. Nel salutarla le dico: sai, magari un giorno si va a vedere quel concerto che tanto aspetti. Questo debole invito neppure è arrivato alle sue orecchie, visto che stava già a sessanta all’ora sul suo nuovo scooter, e alla curva magari era scesa a trenta, immagino, ma solo perché c’era la curva dopo il viale di casa sua, e a lei la prudenza ora serviva.


Ecco, sono arrivato a suicidarmi per questo motivo. Non immediatamente dall’abbandono, no, verso dicembre, poco prima del Natale. Il venti dicembre del duemila. Già, per me è stato un suicidio ma per gli altri, ancora oggi, che sono passati più di dieci anni, si è trattato di un tentato suicidio. Per me non cambia. Io mi stavo suicidando e avevo tutto l’occorrente per farlo. La procedura era completa. Pure la lettera avevo scritto, e poggiava di sbieco sul tavolo marrone. Certo, mi dovevo documentare meglio sulla quantità di pasticche per la pressione che avrei dovuto trangugitare, però, cari miei, non è che potevo pensare a tutto io. Un dettaglio ha cambiato tutto, facendomi diventare all’istante un’altra persona. Al risveglio intendo. Vedendo quei faccioni pallidi ricurvi su di me, mi sono ritirato e ho continuato a dormire per un’altra mezz’ora ascoltando le chiacchiere che facevano preoccupati per il mio stato. Mio fratello sbuffava e cazziava mia madre; così, per alimentargli per bene il senso di colpa. Mio padre entrava e usciva chiedendo ogni trenta secondi a chiunque passasse dal corridoio: ma quando si risveglia? Quell’altro mi aveva detto al massimo in un’ora. Fa niente che l’altro sì era il medico ma, quest’altro, era il tecnico dell’aria condizionata. A papà! La sua ansia mi ha fatto sempre incazzare e sorridere allo stesso tempo. Dipendeva se dovevo difendere mamma o sfottere soltanto lui. Mia zia durante il mio pre-risveglio, da come masticava la gomma, capivo che aveva altro da fare. Magari i regali, o la spesa per la cena della vigilia. Quei pesci preziosi da ordinare; insomma, non voleva essere là, davanti al mio corpo allungato su quel letto bianco, ma ci doveva stare. È sempre mia sorella, pensava tra un’occhiata speranzosa verso i miei occhi e una penosa, guardando l’andirivieni di mio padre. Lei, quella che s’inginocchiava davanti a me fino al trenta luglio non c’era, questo magari l’avete immaginate da soli. Questo coro dolorante comunque mi ha lasciato intendere che, seppure non fossero loro minimante la causa del suicidio, erano allo stesso tempo una spinta a continuare a vivere. Da un’altra parte però, in un’altra città: Padova. Università, facoltà di psicologia. Tre esami, poi Bologna. Corso di giornalismo. Prima rata pagata, e poi basta. Treviso. Innamorato pazzo di Luisa. Tre mesi. Firenze, dove tuttora faccio il cameriere e organizzo concerti. Ora, a casa dei miei, agosto duemilaedodici. Renata è appena uscita dalla stanza. Inginocchiata, mi ha fatto fare uno scatto all’indietro, e io che volevo soltanto chiederle di andare al cinema, stasera. Vabbè, come prima visione non era male.


Sono tornato come ogni anno per farmi la settimana a casa di mamma e papà. Mio fratello vive a Roma. Domani ci raggiungerà anche lui, insieme alla compagna e ai tre figli maschi. Tutti al mare. Ci saranno grandi mangiate di pesce e in quelle occasioni mio padre sarà il principale protagonista, prima nel preparare, subito dopo nel divorare le pietanze e, infine, ubriacandosi orgoglioso con la falanghina fresca fino a tarda notte, così per tenerci tutti all’erta e contenti. Tutti sotto la pergola di pizzutello, che ogni anno si fa sempre più stretta. Mia madre si commuove in cucina, mentre fa tutto quello che non sa fare il marito cuoco,  e spera come una bambina che duri un anno quella cena, quei sorrisi e quei racconti venati di umorismo. Quest’anno ho certe cose da raccontarvi, cari miei. Questo si pensa tutti prima di cominciare la battaglia contro i pesci e molluschi a tavola. Non è male quest’atmosfera. No, è la cosa più antica a cui non rinuncerei mai.

Stanotte poi davanti a questa foto di me bambino di otto anni, con le figurine in una mano e l’altra che scompare dietro al corpo giovane di mia madre, sento, stanotte vedo e sento ogni scintilla che ha formato la mia vita fino ad oggi. Tutte quelle scelte che hanno determinato cambiamenti spietati, storie magnifiche e sbagli poetici. Ma non so commuovermi. Non so vedermi bambino e piangere come si dovrebbe. Aspetto. Quando all’improvviso sarò contento per dieci minuti di fila, senza interruzioni, senza ripensamenti. Allora neppure il ricordo di Luisa con le sue cosce sode, oppure gli occhi verdi di Mariella, basteranno a distrarmi dagli attimi di assoluta gioia che mi fanno vivere e morire ogni giorno. Da quel giorno.

mercoledì 29 agosto 2012

d'amore

 La guardo dai tacchi in su e resto col fiato in bilico tra un sussulto e un agguato. Poi scivolo nel ricordo e un violento sentimento mi svuota la testa. Come questi giorni di agosto, che hanno riempito del tutto il vuoto che c'era. Nessun amico per chiacchierare la sera, e nemmeno un pensiero d'assecondare. Vuoto bianco.



Le stazioni affollate d'estate assomigliano ai miei capelli appena grigi: un fascino consolatorio per qualcosa di caotico e solare che scomparirà prima o poi. E puzza di morto intorno, così non mi restava che pensare a posizioni goderecce tra cosce, peli e schiene immense illuminate da lampadine incandescenti.

Un corpo disegnato forse da Tiziano mi attrae facendomi scivolare in locande oscene, di pensieri e desideri, coriandoli e carezze, che al culmine mi dimentico pure me stesso. Esco tra pozzanghere, risaie, comunque acque basse di melma, che mi fanno dimenticare lo sporco di lusso appena vissuto. Alla fermata dell'autobus una bambina con le gambette penzoloni soffia sbuffando i suoi capelli biondi a intervalli regolari. Il mondo tornava alla normalità; l'odore di donna tornava nel pozzo lurido e bello della sua giovinezza. Ché pari al suo dolore potrebbe non bastare il mio né quello d'altri, appena sentiti, nell'afa dei ricordi. A lei è stato tolto il dubbio del bene e del male: quest'ultimo disegnava la sua storia neonata e anche di più, fino alla sua fuga, fino alle mie braccia. Fragili e nervose sì, ma affatto malvagie e per niente ricattatorie. Povera ragazza, le sue cosce aspettavano mani di lino, e il suo seno cotone d'oriente; la sua bocca ruvide labbra meno vecchie di prima.
Questo è stato, e ora dichiara felicità senza imbarazzare le infelici vecchie amiche che non sanno più scopare con gusto. Nemmeno in agosto.



lunedì 27 agosto 2012

sogno

La notte sento un modo impazzire, e donne che fuggono nude dai loro letti morbidi. Poi il cielo nero che copre le mosse maldestre del carnefice clown. Nessun testimone. Nessuna salvezza. Quattro parole urlate alla carlona davanti alla solita platea assonnata. Silenzio. Cenere cadente sulle teste e seni cadenti su ventri salati. Amore vieni a prendermi, scaccia questa folla idiota che staziona davanti alla nostra storia.

Potrei scrivere di cose così per interi mesi, e poi? meglio lavorare sulla realtà: opaca realtà che risparmia i nostri tormenti lagnosi. Nell'altro post avevo tentato un gemellaggio col blog di un mio amico. Non sapendo cosa scrivere in queste giornate non allineate, e ognuna in una bolla diversa, comunque lontane dal mio solito mondo, insomma, sapendo di mantenere il compito ho cercato di avvicinarmi a qualcosa. Qualcuno. Un amico. Un sorriso. Malattià di gioventù che torna sempre a fine estate, e lascia alle mie gambe e alle mie parole un dolore di muscoli irrigiditi quasi sin dentro le ossa.

Ho letto di un signore che ha quasi un secolo sulle spalle parlare di vita con un'eleganza invidiabile. I giorni come palestra dove esercitare passioni, conoscenze e dolori; senza sprofondare nè ammainare alcunchè. Ammirare queste persone, ecco il mio intento.

giovedì 23 agosto 2012

anima

Per amarti che ti lascio andare...ecco una frase a cui attaccarsi per continuare a vivere con dignità. Riguarda me, te e voi, e senz'altro le cose della vita che ti bloccano per secoli; ti fanno fissare con dei pensieri orrendi, o dolcissimi, a cui ti affezioni come un incallito erotomane fa con i siti porno, notte e giorno. E no, qui serve un fiato aereo sulle nostre teste dense di troppo, e per niente facili nel continuare a vivere con un grammo di saggezza. Uno scrupolo di non sbagliare granché, ma solamente non azzardare, da sempre. Dall'asilo con il primo amore, fino alla vergogna assurda di non dire a nessuno, o quasi, che ciò che ti ha salvato da un anno orribile è stato, insieme alla tua famiglia dorata, lo scrivere come un forsennato. Sentendosi bene, anche dopo dolorose righe di ammissioni e svelamenti.
Lasciamo andare alla deriva questa barca di vetroresina un po' arrugginita e prendiamoci tutte le storie interessanti che ci sono in giro; da metterle nello zaino per attraversare le strade dove inciampare la sera, a stomaco vuoto e con il cuore intirizzito.
Non credo sia chiaro, ma cosa  è stato finora di me chiaro, diretto? quasi niente. Allora comincio ora: confesso di avere un paio di sogni nella sacca. Il primo sta nei miei occhi, il secondo sta sbocciando e presto lo dichiaro.
Intanto penso a quell'atleta somala morta in mare e non so cosa dire, come soffrire. non so neppure come fare a tenere salda l'anima al suo originario terrore, che poi col tempo per miracolo è diventata una bella cosa a cui ricorrere ogni notte, prima del subbuglio.

così faccio adesso, mentre tutti boccheggiano e nessuno mi ama, rinuncio e non trattengo: ti dono il mio mantello.

lunedì 20 agosto 2012

viaggio


Mi sto obbligando a raccontare di questo viaggio appena fatto. Neanche me l’avesse ordinato il dottore. Sì, subito dico che si è trattato di un viaggio non di una vacanza: duemilaseicentokilometri circa, in macchina utilitaria ma comodissima. Ho visto Stuttgart meglio delle volte scorse. Ho imparato almeno una decina! di parole in tedesco. Ho imparato da questa esperienza che devo imparare almeno l’inglese, se sarà possibile già da settembre.

Ho visto la biblioteca più aperta e inscatolata dell’universo; e vedere mia nipote che ci si muoveva sciolta nei suoi anfratti, mi ha fatto piacere. Così come mi ha fatto piacere notare che mia sorella sia diventata tedesca al punto giusto. Rinunciando alla sua italianità al punto sbagliato. Ecco la giusta contaminazione da imitare. Credo. Poi siamo stati al matrimonio di Ale e Patrick, sobrio e allegro, come bilance dinamiche sotto i piedi di persone per bene.



Abbiamo attraversato i migliori parchi attrezzati pubblici della terra. Uno spasso per i piccoletti e in parte anche per me.

 Poi civiltà stradale, urbana in genere. A parte gente che fumava davanti a neonati in un locale. Il locale si chiama spaghettissimo, significherà qualcosa? Certo, loro sono un po’ freddini e schematici, ma stanno avanti, c’è poco da fare. Ho imparato da questa esperienza che voglio andare avanti anch’io: basta romanticismo straccione, da settembre compro a rate un iPhone, o almeno un BlackBerry. E poi finiamola di fare quelli delle culle: i romani, il rinascimento e la bellezza diffusa, e no, così diventiamo solo becchini preistorici o al massimo custodi con la mano a mo’ di mancia. E dài! Una volta arrivato in Italia ho pensato: caspita come sono belle le nostre autostrade, le nostre montagne. Le nostre donne. E mi sono comprato subito la mozzarella alla coop.

Venezia è davvero  senz’altro anche il nome di una pizzeria. Questa canzone mi ronzava nella testa nei tre giorni a Venezia-Marghera. Gran casino quella zona, uno specchio deforme le due città di fronte e cariche di esplosioni umane e di solventi, come in una giostra perversa.



Una mia foto del mercato del pesce, Venezia.


Ho capito che Treviso non è soltanto quella dell’ex sindaco sceriffo; è bella e viva almeno quanto la mia tenera moglie.

Ravenna di sfuggita ha lasciato una lapide di ricordo sulla mia Fuji.


Poi la fatica della strada tosco-emiliana con più curve che auto. Prima c’era stata l’inquietudine di spettri felliniani che m’inseguivano sulla bassa deserta.

Arrivato a Grezzano, sbagliando strada per Marradi - vabbè tanto a Campana i suoi paesani non l’hanno mai considerato - dove ho abitato un inverno di tanti anni fa; una volta davanti alla casa con sottostante emporio, ho fatto pace col fesso che ero: mi ero fissato con quel periodo, mitizzandolo nemmeno fossi stato a Woodstock insieme a De Andrè, che oggi mi appare solo un tassellino dell’enorme costruzione in lego che è stata la mia vita. Caspita, ne ho fatto di esperienze, con più coraggio e con più successo. E basta! Così non ho chiamato Ricci, che tanto non mi ha mai risposto alle mie mail di giubilo di questi anni. Eh!

Sceso a Firenze ho capito che, avendoci vissuto un po’ di tempo, forse avrei dovuto vivermela di più fisicamente e non soltanto con i gas dei sogni ad occhi aperti. Quando ho capito che stavo facendo cose interessanti e uniche, ma a quel punto vivevo già a Roma. Era il ’92.

Ho rivisto il più bel pub del mondo occidentale: l’Irish pub di Piazza s. Maria Novella. Lì ieri abbiamo abbondato di scatti fotografici, almeno quanto le cose fatte intorno a quella piazza. Era il ’90-’91. Palle di neve incluse. Film di Greenaway pure.

Infine, il buio autostradale che mi proiettava davanti al parabrezza sporco ogni tipo di novità da catturare o vivere, per quanto qualche idea sul da farsi già sta nella mia anima gravida .

sabato 4 agosto 2012

diario balneare di mio cugino Arturo (ultima)


Controlli se hai chiuso il gas e tocchi la foglia di basilico, così, toccandola con il ruvido palmo della mano, il giardino è salvo. Saluti in silenzio il glicine poco dopo aver abbassato per l’ennesima volta le tapparelle. Cugino caro così non va, stai teso come un cavo d’acciaio di una lurida nave. Invece pensa al verde disteso ai lati dei tuoi occhi, annusa l’aria di vacanza che trasuda dalle magliette oscene di certi tuoi amici; anche se loro hanno fatto carriera e guadagnano almeno tre o quattro volte quello che guadagni tu. Ma che fa? Tu hai svolazzato in giro per l’Italia per tutti gli anni novanta con sogni che traboccavano allegri da quelle tue, e solo tue, tasche vuote. Ecco, le tasche sono ancora vuote, l’Italia è ferma lì e tu stai ancora a centrifugare pensieri e parole nella tua indenne coscienza. Embè, non è mica poco. In questi giorni hai fatto qualche bagno, incontrato amici e domani te ne vai a fare questo viaggio che buca l’Italia e arriva in Europa. Quella che vorresti avere davanti casa, o nel senso civico di certi conterranei maleducati. Ma che ci puoi fare? Mica hai sulle spalle la coscienza civile di un paese, non sei più pasoliniano, oramai. Sei altro: uno che spinge il pensiero verso giardini contaminati e profumati, senza nani in giardino. Neppure con giganti in salotto, se è per questo. Stai come un rospo senza acqua poco prima di un temporale, e ti agiti di elettricità con il cuore gonfio in gola.

Cari amici oggi finisce ‘sta collaborazione con mio cugino, e non è detto che non ritorni, tra onde, canzoni e donne magari mi ripresento e gracchio qualcosa per voi.

Arrivederci.



mercoledì 1 agosto 2012

diario balneare di mio cugino Arturo 3


Ma lo sai che poi è andato a vedere Patti Smith? Si è messo seduto alle spalle del palco, visto che doveva solo accompagnare la moglie al concerto; che poi l’ha pure salutata all’americana mentre spettinata e bella passeggiava leggera all’estremità del palco. Lei, quella che aveva visto in tante foto di Mapplethorpe anni fa. E già, quello si fissa col passato e non ne esce più. Ecco perché mi ha chiesto di scrivere qualche riga su questo blog. E io accetto. A me piace dire di sì, credo faccia bene al cuore. Dell’orgoglio non m’importa, nemmeno del male che si traveste da lamento per poi precipitare in un pozzo nero e giallo, senza aria. No, a me piace giocare coi bambini, a terra, tra loro, con qualche costruzione o libro da trasformare in mezzo per abbracciarli senza stringere né soffocare. Quello mi vede come uno che chiacchiera senza aver combinato mai nulla. Hai ragione cugino bello, a me, dentro questa bolla di vita leggera, piace restare fermo ad osservare le bandiere dei modellini dei galeoni, nella vetrina antica del negozio di fronte al mare. Dopo l’arco. E mo’ dovresti saperlo e quindi non mi chiedere niente e lasciami andare verso questi giorni di vacanza col sole in tasca. Salutami la tua dolce e unita famigliola, e pure quegli amici di cui tanto ti vanti; quando devi prendere le distanze da tante realtà che detesti e che pure ti tocca bazzicare. Caro mio il tempo scopre la verità, e tu scoprirai tra un secondo un mondo contaminato da parole e carezze. Che già c’è, devi solo amarlo di più. Vabbè, iscriviti pure come uditore al corso di lettere, ma dormi sereno e fatti consigliare; non restare fermo a urlare dentro sogni stretti stretti, e bui. Acchiappa una nuvola e lasciati volare.