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mercoledì 2 settembre 2015

La mia vita vera è dentro questo file?


 1.
    Passare una serata davanti a uno schermo in riva al mare, dove proiettano un film su Nick Cave, stelle cadenti che si spengono in acqua, poi alla fine, mentre ascolto Ettore pronunciare mondi lontani, lascio entrare beatamente il film nella vena del mio entusiasmo. Ma arrivo a casa e penso, con l’insonnia addosso, a quel ragazzo che cade e muore sulla scogliera: postilla tragica che rimescola la visione nella mia mente.
   
 


  

L’indomani andare a una sagra all’oratorio per mangiare pesce fritto a cinque euro, vino rosso incluso, e poi digerire giocando a basket, sudatissimo, tra ragazzini e madri. Ecco la vita che non ha un senso e rotola via in queste notti d’agosto, paralizzato dai pochi soldi e con la canonica voglia di cambiare tutto. Mai niente, davvero.
    Questi miei giorni estivi: elencare fatti lontani, nominare persone preistoriche, tuffarsi in mare di pomeriggio, stare su twitter come un bimbo, leggere furiosamente. Organizzare una cena tra vecchi amici dove, mentre gli uomini un po’ stempiati parlano di calciomercato e delle loro scappatelle su skysport nelle sere d’inverno, le mamme scambiano pareri febbrili per l’imminente inizio della scuola, altri un po’ sparsi dietro cespugli si infervorano parlando di progetti che realizzeranno a settembre. Io senza progetti e senza sky mi stacco da terra e osservo queste persone un tempo a me familiari (e ora?), e mi aiuta, per capirci qualcosa in più, questa luce fioca alogena: poi scendo e ho una parola per ogni loro desiderio. Intanto parlo con P. delle presentazioni di libri a cui ho assistito durante l’anno, come se fosse la mia vita vera. La mia vita vera è dentro questo file, negli occhi che mi ritrovo quando resto da solo e mi faccio spaventare dal futuro. O nel sudore appiccicoso di quando tento di potare gli ulivi, e sta anche nella delusione di vedere affogare proposte di lavoro dentro una solitaria mail estiva. La vita vera sta ora nei desideri incessanti che non riesco a raccontarvi: colpa di quell’odore acre che sa di rassegnazione. Questo sono. Sta pure nelle dormite napoleoniche, coi sorrisi dei figli al risveglio o coi loro benedetti e rari capricci. Sta nella devozione a una moglie sognante e umorale che cerca l’agognata (meritata) pace nei fortini altrui, e mannaggia alle famiglie-famiglie, queste famiglie che si risucchiano le nostre battaglie di crescita. La vita vera sta nei pensieri per una madre sempre più rimpicciolita nella sua storia di vestiti cascanti, a fiori, che delira dolcemente già dal primo caffè. Sullo sfondo ci sono i messaggini evocativi degli amici, a volte tranchant o elusivi e spesso lontani come quelle isole che neppure quest’anno riusciamo a visitare: siete troppo cari voi di Laziomar.
 
murales a Gaeta


   Ho scritto un racconto di morti e resurrezioni, un tentativo di far gemmare storie che stanno nell’aria di questo Golfo, che ho trattenuto nei miei pensieri a forma di gatto, negli anni di silenzio. Ora non so cosa farne di questo racconto, ma chi l’ha letto dice: meraviglia! (ma senza immagini dice tutto e bene, nello stesso magnifico istante).

Fa caldo per tutti. Scappiamo tutti. Scriviamo tutti. Spettegoliamo tutti. Ma nessuno vuole apparecchiare coi bicchieri di cristallo queste serate estive. A nessuno piace la solitudine degli altri. Tutti aspettano. E usano tristi bicchieri di plastica.

2. 
   Stiamo andando da tua nonna, in lontananza fulmini che si scagliano in mare come tre milioni di anni fa, e io ti mostro lo spavento senza camuffarlo con ansie stagionali. Ripariamo in un bar, avviso l’amico, accorso per donarmi L’eco di uno sparo. Lui stava sotto e dentro quella ‘tempesta”. Ripartiamo e troviamo un ingorgo che blocca le due strade: con una virata decido di percorrere la strada panoramica che attraversa le frazioni. Il cielo è di nuovo terso, si vede Ischia, le torri in successioni e noi due dentro l’auto che sfreccia sulle facce delle vecchine nere. Alla radio ascoltiamo l’ultima canzone di Freddy Mercury, poi i Beatles, parliamo di Aids e dei sentimenti che si appiccicano per sempre a certe canzoni. Ti agiti, senti nausea e me la mostri senza disperare. Chiacchieriamo, e penso a quella poesia di Carver, e il cielo mi rapisce i polmoni.
Comicamente, non sapendo dove buttare l’immondizia, riparo in un ingresso di una banca e la butto nei loro enormi secchioni gialli. Ridiamo all’idea che mi becchino con le telecamere del bancomat. Entriamo nel budello che divide i vicoli, guardiamo una vetrina di scarpe, ma io guardo anche il tuo profilo, i tuoi lineamenti che pare stiano lì per lì per far esplodere la tua sognante personalità. Arriviamo da mia zia novantatreenne e lì, seduta come una ragazzina, c’è anche tua nonna. Poi cugine, e neonati che non conosco. Si parla di abitudini in città, e si percepisce una cordiale estraneità coltivata in questi ultimi trent’anni, tra me e loro. Mio zio è morto da circa un anno e la sua assenza la colmiamo parlando tutti contemporaneamente. Usciamo. Salendo le “Scale dei scalzi” scatto una foto e ti racconto della direttrice suicida e della sua leggenda che assieme ai miei compagnetti violammo arrivando a quel terzo piano inagibile, impenetrabile dagli altri. Tu sorridi, assorbi la mia ennesima storia e cammini ancora più veloce di me.


3.

   In questi giorni di mare e campagna, di nuvole e chiacchiere, ho capito che il mio fallimento in questo posto di mare è frutto di una vecchia paura: evitare i conflitti e stare nel quieto vivere individuale. Anche se poi litigo con un erborista mezzo stregone che con un pendolo in una mano, e l'altra che tiene la mia, dice: non puoi mangiare i fichi d'india, sono negativi per te (ma va va, io me li mangio eccome). L'Antonio Pascale che è in me lo ha divorato in un'ora scarsa di argomentazioni ragionevoli. Peccato però che mia moglie, sconsolata ma d'accordo con me, dice che sembravo un po' Sgarbi mentre lo attaccavo per le sue scemenze grilline e terapie radiononmiricordocosa. Tant'è.

(E non andare più per mare con l'ansia al posto della ciambella, mai, perché se poi ci vai anche col pedalò semini il panico in famiglia, contadino scemo che non sei altro). 

Tanta rassegnazione che sai gestire sempre di più, con il fegato che si presta a bilanciare il guaio: bevi e ridi, ridi e scordi. Famiglie, amici, pensieri arcinoti che vanno a braccetto con i risentimenti: ecco lo stato dell’arte dentro la mia testa. E tu mi dici di non scrivere cose tristi, ma come faccio amore mio a usare i colori dentro questa istantanea di tempesta? Pieno, vuoto, fermo ora mi berrei un litro di vino e canterei stonato le rime dei miei avvenimenti e impiegherei i giorni che mi restano per raccontare ciò che rende la mia ombra, soltanto un’ombra raccontabile: vedrai amore mio che contrasti che nemmeno Giacomelli coi pretini: poi di domenica arriveranno tutti i colori dei pittori amati, direttamente dal mare.

foto di Mario Giacomelli
P.S.
Le mie vacanze vere le ho passate a Circello, dalla mia amica Antonella, dove abbiamo ricevuto affetto e accoglienza dalla sua famiglia, e generosità e semplicità dal paese, in soli due giorni. Le mie Maldive sono lì, tra forche caudine e dolci montagne.


Circello, agosto 2015

mercoledì 8 luglio 2015

l'evoluzione del fricchettone

    Dovevo decidere: mare o lago. L’idea di scendere a Gaeta era naufragata nel mare d’inquietudine, e mi ci vorrebbe una traversata oceanica per spiegarvela bene. Dovevamo decidere: l’ha fatto per noi google maps. Per arrivare a Martignano solo 41 minuti! Per S. Severa ci voleva più di un’ora. Partiamo sereni col navigatore del tablet sulle gambe, e apprezziamo, ma ben oltre i 41 minuti previsti, i cespugli boscosi della Cassia. Per poco non arriviamo a Viterbo. Imprechiamo, e ci incazziamo tra di noi per poi ritrovarci a circumnavigare metà del lago di Bracciano, ma non ci piace per balneare. Puntiamo di nuovo su Martignano, dopo quasi due ore arriviamo e ci accoglie lo sconto per il bus navetta delle 15.00; sembriamo quasi felici, e ci pare di stare in vacanza per davvero dentro al pullmino che traballa a ritmo di musica house: stupiti guardiamo la polvere che si alza alle nostre spalle. Gli occhi dei miei figli, i beni preziosi che ho. 
Questo lago oggi ci abbraccia e protegge.



Nella testa avevo una strana paura di ritrovarmii tra milioni di fricchettoni, e tanti cani inzuppati, o suoni monotoni di bonghi. Sì, c’erano i fricchettoni e i cani, ma sono pochi rispetto a vent'anni fa, e sembrano evoluti e discreti che si godono, rispettandola, la quiete del posto. Comincio a cambiare umore, non sono più incazzato, e così mi tuffo con i figli nelle acque grigie. Sì, starai pensando “Vieni da un posto di acque cristalline e ti tuffi qui?”. Lo ripeto: ci vuole una traversata per spiegarti i tanti buchi grigi della mia esistenza, amica mia. 
A un certo punto mentre leggo Paura, di Zweig, un gruppo di ragazzi alle mie spalle con chitarra e bongo tirano fuori un repertorio anni ’90 niente male. Così penso a come certe canzoni dei Radiohead, pur non essendo mai stato un loro fan, riescono sempre a sfibrarmi per bene i sentimenti. Parte Creep e chiudo gli occhi come fanno certe ragazze innamorate in attesa del pensiero giusto per sognare. Ci provo anch'io.




Poi partono i Marlene Kuntz, gli Aftherouse e anche i Litfiba, ma quelli del periodo a cui avevo già voltato le orecchie: Lacio drom e giù di lì. Stavo per alzarmi e chiedergli Labbra blu, magari andando verso di loro per cantarci insieme. Invece ho continuato a leggere e sorvegliare i figli tra aquiloni, smartphone e rive sabbiose. Pensavo a come siamo arrivati a questo equilibrio che sa di tregua e ansia, e cercavo di ricordarmi le salvifiche deviazioni che non ci hanno fatto impantanare dentro a quegli anni. Il mio amico dice che sono nostalgico, non credo, sai, eppure non so come fare a staccarmi da canzoni come Nuotando nell’aria, o dal raccontare ogni volta quel tempo incastonato nella mia memoria, strambo, eppure pieno di aspettative eccitanti. Forse ci voglio rimanere ancora un attimo dentro a quel tempo, e setacciarlo bene, per poi esaminarne i detriti preziosi con la luce potente di oggi. Amico mio in fondo hai un po’ di ragione riguardo alla mia nostalgia, forse è soltanto paura di ammettere che adesso siamo diventati altro: tutti i giorni penso di scrivere sul mio blog una dichiarazione di realtà, su cosa credo di essere diventato. Poi mi scoraggio pensando a come continuano a vedermi gli altri: sempre uguale a ieri, mi sa. Forse ho paura dei cortocircuiti e preferisco l’uscita di scena dal branco di appartenenza con una luce fioca alle spalle, lentamente, magari con le mani in tasca e lo sguardo sui miei piedi.


(Come mi vedete davvero? Ditemelo almeno in privato, accidenti ai vostri occhi pigri e troppo compassionevoli).

Nella pancia di questa placida giornata al lago ci sono pensieri di debiti enormi come montagne di terra arida, che lascio sbriciolare frivolmente davanti a future uscite serali: ondeggiare tra le persone che desidero imitare, lasciando gonfiare la mia illusione per un’altra vita ancora. Un mite mitomane, me e il mio sorriderci con te.

A voi ex o presunti ex fricchettoni che avete colorato le pareti beige della mia giovinezza, oggi, davanti a questo lago pacificante, vi chiedo perdono di tanto mio accanimento contro la vostra condotta discutibile di allora, spesso incoerente, sicuramente modaiola. In fondo v’invidiavo anche per le vostre libertà sessuali, ma, soprattutto, per tutte quelle comodità famigliari che vi sostenevano, e quel benessere che riuscivate a procuravi anche lontano da casa: io squattrinato, sempre inadeguato e pieno di sensi di colpa, riuscivo a scopare sulla spiaggia solo da ubriaco, per esempio. Poi al mattino smontavo la tenda con fare mitteleuropeo, e già maledicevo la caduta di stile della notte. Ero matto, lo so. E oggi osservando il vostro conformismo di sempre, vedendovi pieni di tatuaggi, placidi, e senza rimorso alcuno per le condotte passate e attuali, capisco che state sempre nel fuoco del vostro tempo. Sembra che non abbiate mai avuto colpe, né ripensamenti o cadute davanti a un’epoca che, al massimo, vi chiedeva di sacrificare una vacanzetta a Lisbona con gli amici, in cambio del solito giro in barca a Ponza con mamma, papà e nuova compagna di papà. Ecco quello che vi ho sempre invidiato: le vacanze spesate, e le lingue apprese in giro per l’Europa in quegli anni di spensieratezza. 
Perché stanotte ancora tutto questo rancore davanti a un mare di stelle?

Al lavoro, mentre stavo in bagno, un pensiero nerissimo mi ha risucchiato nel vortice luttuoso che non voleva saperne di vedere luce. Appena ne sono uscito ho avuto un brivido nel vedermi allo specchio sopravvissuto a tante brutte storie e a giornate buie, così come a questo pensiero pesante che lascia la gola secca. Di corsa sono uscito in giardino scordando dietro di me le invidie, le frustrazioni e i dolori: piangendo di gioia come un uomo.

p.s.
Vorrei convocare le persone che stimo, e quelle che amo, e magari anche quelle che non mi hanno mai creduto fino in fondo a una partita di pallone: farvi vedere quanto sono bravo, fantasioso e generoso nel gioco del calcio. Il mio unico grande rimpianto è di non aver insistito a quindici anni a giocare nella squadra degli allievi della mia città: da lì, guarda caso, qualcosa poi si è bloccato. Fatemi fare una partita ancora, solo così potrò fare quei goal necessari per mettere un punto al mio rancore e ricominciare a vedere il mondo come ad una ennesima magnifica possibilità.

mercoledì 10 giugno 2015

giro, fantastico e aspetto.

Giravo per Formia fiutando le opinioni sull’omicidio dell’avvocato Piccolino. In libreria, mentre compravo “Le streghe” per mio figlio e per me, una signora, forse un’insegnante, affermava che l’avvocato era un po’ provocatore col suo blog; poi un altro davanti a un negozio d’abbigliamento sportivo fa “era anche strano quello è”; un mio amico al telefono sottolinea che “era anche sui generis, però”. Per raccogliere un po’ di dolore e spavento sono dovuto arrivare al Circolo Arci, dove non ero ancora mai stato: oggi annulliamo la presentazione di un libro per la fiaccolata (me lo dice un signore gentile con una voce flebile, di chi teme che la camorra cominci davvero a fare guerre anche qui). 


Non vado alla fiaccolata, perché sono due mesi che non vedo mia madre e le avevo detto che avrebbe passato la serata con noi. In fondo non so bene perché non vado, forse credo sia una cosa che riguardi i formiani - io poi sono pure di Gaeta - e in fondo oramai da anni vivo a Roma. Non vado forse perché amaramente girando per la piazza ho salutato la prima persona solo dopo mezz’ora: estraneo ora quando un tempo ero solo strano. Ma sbaglio. Perché quest’omicidio brutale deve riguardare tutti, anche me, e anche quelli che commentano con distacco, aggiungendo alla fine della frase che l’avvocato (un po’ eh!) se l’è cercata: forse così si rischia di arrivare allo stesso sragionamento di quelli che stanno usando i ma per non premiare i disegnatori di Charlie. Se uno ti spara per quello che dici, scrivi o disegni, non ci sono ma che tengano, a meno che tu non sia inconsciamente più vicino al carnefice che alla vittima per paura, per vigliaccheria o chissà per quali altre diavolerie psichiche e sociali che qualcuno prima o poi dovrà decifrare: per capire meglio questi anni, e le nostre storie confuse che ci sono finite dentro. Per riempire di senso questo vuoto creatosi tra quello che facciamo realmente in famiglia e in società e quello che professiamo poi da una tastiera o da un bar, e farlo anche a costo di autocritiche feroci, e di solitudini temporanee.

Così il giorno dopo mentre sistemavo il glicine e potavo il melograno, sono sprofondato nel fantasticare di una presentazione estiva de “Gli anni al contrario”, proprio qui, in questo pezzetto di terra disordinato che circonda la nostra casetta: negli anni è stato un ritrovo estivo per amici e parenti, oggi lo è un po’ meno, ahimè. 


E vaneggiavo per difendermi da questa sottile solitudine, e anche per tentare di rispondere a quelli che si rifugiano nei piccoli mondi famigliari: forse proprio lì si nasconde quel varco invisibile, velenoso e pericoloso per ogni futuro scenario malavitoso della città. In questi posti tutto si svolge e risolve in mezzo al proprio (enorme) nucleo famigliare. Il senso civico se visto dall’alto appare a macchia di leopardo, pochi sparuti luoghi belli da frequentare, il resto è tutta una gran barricata cementosa davanti ai miseri e opportunistici interessi. Tremo all’idea di quello che sarei potuto diventare restando qui. E allora ho scritto una mail a N. sull’eventualità della presentazione, facendolo col mio solito esagerato entusiasmo: ma cos’altro mi ha salvato da questo piccolo mondo se non l’entusiasmo per gli abbracci da desiderare?
Se solo avessi due grammi di forza organizzerei davvero la presentazione del libro come suggello a quello che non siamo diventati, magari facendolo proprio durante la notte di S. Lorenzo, e tu sai il perché.

Qualcuno mi presta quel grammo mancante?


[il desiderio di me bambino con le ginocchia tra le mani a desiderare gli amici che avrei avuto da grande, e mentre fantastico provo un brivido che mi anestetizza il presente incerto, doloroso a cui sono comunque legato e, tremando all'idea di perderlo, corro ad abbracciare chi c'è: un attimo di splendore illumina quel dolore e poi dagli occhi arriva quel sorriso che somiglia a un pronto soccorso appena lasciato]

p.s.
oggi ha confessato l'omicida dell'avvocato: non era un camorrista, ma un imprenditore risentito che si è vendicato. Resta il fatto grave e assurdo, e restano le impressioni che ho raccolto per strada.

lunedì 18 maggio 2015

Lettori si cresce

    Mi sono fissato. Di leggere. Di scrivere. Da piccolo, a parte Cuore e Le tigri di Mompracem in versione ridotta, non ricordo di aver letto altri libri. Sì, dai dieci anni ho consumato l’Enciclopedia Fabbri e l’Atlante, ma è un’altra cosa. Sì, poi c’era mia madre che declamava Pascoli tra una strillata e un crollo sul letto, ma è un’altra storia. Da lì in poi solo partite a pallone, e fughe. Dai vent’anni ho cominciato a divorare a intermittenza quinquennale i libri. Il giovane Holden che mi mise davanti agli occhi Claudio (ehm, grazie). Poi durante una stagione a Madonna di Campiglio ho scoperto Vassalli, De Luca, Ben Jelloun e Benni, leggevo la notte per non far vincere nettamente il datore di lavoro razzista e scemo: mi pagavi, mi davi vitto e alloggio ma la testa di notte era solo mia. Credo di aver cominciato a leggere meglio dal 2010, prima mi trascinavo appresso un approccio disordinato e misterioso, che ogni tanto si ripresenta come mostro d’infanzia: dimentico spesso i finali. La mia memoria  emotiva è stramba e non regge alla lunga. Sono un lettore tonto, ma ho fiuto, a volte. Avrei bisogno di Ammaniti, padre però.

 Ieri ho finito Lettori si cresce, di Giusi Marchetta. Mi sono lasciato scuotere da quelle pagine piene di suggerimenti discreti, godendo di quegli incitamenti a impegnarsi nella lettura, appassionandosi alle storie che ci girano intorno. Pareva che Giusi stesse dialogando a quel me affamato e narcisista che mi sta appiccicato alle calcagna, sin dal mattino. A me, che ho un figlio in età di Polito, la potenza di questo libro ha investito come una doppia raffica di tramontana. Non ho scusanti, considerando la mia vecchia pigrizia, rischio ogni giorno di attestarmi sul “leggo quello che mi pare”, o “i classici e quelli di tendenza li lasciamo agli altri”. Uno snob al contrario, potrei diventare. Prima addirittura leggevo solo outsider, o perdenti come me. Un atteggiamento che si stava trasformando in patologia: diventi famoso? Ciao. Piaci pure a quello? Ciao. E basta! direbbe mia moglie, con la sua silenziosa ragionevolezza. L’istinto. L’Io. E il deserto di sfiganza che avanzava verso la mia pianticella mai davvero cresciuta. Questo fino all’altro ieri, poi una vocina ha cominciato a soffiarmi dentro la mente scenari d’inarrestabili solitudini che banchettavano coi vecchi deliri mai sconfitti. Fermati, e considera la morte. E poi restaci tu a fare il diverso di mestiere, a me viene da piangere al pensiero di essere solo così: intimidito dal tuo passato a non frequentare più il mio misero, splendido tempo.
   Lettori si cresce va fino in fondo e scompagina il taccuino dei buoni propositi, quello zeppo di annotazioni di chi crede che basti lo sforzo una tantum, e non l’impegno costante di leggere, amare, per poi aspettare l’alba col cuore inzuppato e malconcio del giorno prima, di una pagina fa. Starei zitto a questo punto, impegnandomi a non sprecare tutto nel supremo sforzo iniziale: l’istinto che balla con l’intuizione. Impegniamoci di più, e viviamoci quel che si è.
Giusi Marchetta in questo libro racconta le sue esperienze come professoressa, in cui, tra biblioteche sotterranee, classi appisolate e davanti a una tradizione fallimentare d’insegnamento della letteratura, cerca di far passare un vero interesse creando una vicinanza tra i libri e i ragazzi. Gli episodi nella scuola si alternano ad altri: ripetizioni in case zeppe di libri e scarse di attenzioni per i figli, o di passaggio in una casa romana, dove una bimba la ingaggia per una lettura della buonanotte che si trasforma in una sfida tra sé e le aspettative della ragazzina (nonché dell’autrice). Si presenta come lettrice speciale. Si mette in gioco. Come nel carcere minorile, dove pazientemente riesce a trovare un varco nella testa del ragazzo più ostile, per aprire una parentesi di lettura, di vita, condivisa e irripetibile. Mi è piaciuto questo ritmo un po’ narrativo e un po’ da saggio che c’è nel libro: pare l’equilibrio di chi tenti di trasmettere la passione contaminando sentimento e ragione. Stile e vita. Rischiando sempre qualcosa di sé. Perché nei libri se vuoi c'è l'abbandono, la morte, il proibito, il sogno: nei libri c'è veramente tutto, basta avere pazienza.
Quel po’ (prezioso) in più di consapevolezza che ho acquisito da questa lettura l’ho impiegata subito: al figlio con suggerimenti decisi, e al lavoro leggendo di più e con maggiore partecipazione ai pargoletti. Anche per me, recuperando classici impolverati (avevo Marcovaldo e mesi fa l’ho preso in prestito in biblioteca, per dire) impilandoli sul comodino. Vedremo, domani.
In questi giorni mi sono schierato dentro una polemica editoriale, pentendomene dopo due secondi. Forse ho imparato: mai più cedere ai ricatti di un mondo che non mi appartiene per niente. Altrimenti la passione da dilettante che sta crescendo in me rischia di soffocare dentro recinti di congreghe tristi, lontane anni luce dal mio orticello denso di fiori e di api. Preferisco leggere, crescere, e non scimmiottare le scimmie.

sabato 2 maggio 2015

il quotidiano

Solitamente almeno un paio di settimane d’agosto le passiamo in una casetta di legno di 30 metri quadrati, circondata da ulivi e fantasmi, a dieci minuti dal mare. Il 20 agosto 2013 mi sveglio all’alba, come a volte mi capita lì. Esco, perlustro il perimetro del giardino con gli occhi e, una volta verificato che non ci sono animaletti indesiderati nei paraggi, salgo in auto e in tre minuti sto a Maranola. Nel bar in cima alla scalinata mi faccio imbustare quattro cornetti alla crema, ne mangio subito uno da solo e senza sensi di colpa, mentre spulcio Latina Oggi; prima di uscire chiedo un caffè lungo. Non so voi, ma io all’alba ci associo sempre un quotidiano da divorare, sempre dopo il cornetto, sia chiaro. Col sapore del caffè sulla lingua, guido spensierato verso l’edicola, che sta accanto al frantoio. Scendo e mi fiondo davanti al chioschetto: Repubblica, per favore. Lo afferro e con gli occhi già scorro la prima pagina mentre aspetto il resto: sappiate edicolanti che in quei momenti potete darmi pure dieci centesimi di resto quando vi do cinquanta euro, tanto non me ne accorgo. Mentre il primo articolo mi entra negli occhi e nella testa, mi avvio a risalire sull’auto e, continuando a leggere, impiego decine di secondi a cercare di infilare la chiave. Finito il pezzo, infastidito, guardo il cruscotto: ma che cazz! In due secondi capisco. Ho sbagliato auto. Intuisco che il tipo robusto che mi stava accanto in edicola è il proprietario dell’auto dove mi sono accomodato: sta comprando la Gazzetta dello sport: quel rosa si accende nei miei occhi. Tremo. E se questo mi acchiappa e mi sbatte per terra pensando che io stia qui per rubargli l’auto? Schiaccio il mio tasto replay uscendo fulmineo, col giornale tra le mani chiudo lo sportello ma me lo do sul pollice, forse inconsciamente creo un cuscinetto per non fare rumore con la portiera: mi attraversa dalla testa alle infradito il dolore più acuto della mia vita adulta. Santiddio! Sento il tipo della Gazzetta che continua a chiacchierare di Juventus con l’edicolante, ignaro che uno si sia intromesso nella sua auto, tantomeno che si sia sfracacciato il ditone scappando, nel frattempo. Santiddio! Entro nella mia auto e piango, per davvero: le lacrime scendono che è una bellezza. Dalla caduta in cameretta a otto anni (dente spezzato) che non vivevo un aspro dolore così. Noto che l’auto dove ho appena finito di leggere un editoriale è soltanto nera come la mia. Nel giro di qualche secondo comincio pure a ridere. E sudo. Non riesco ad accendere la mia auto. Intanto sento i due che si scaldano: e voi quanti ne avete rubati di scudetti? Parto lentamente, e guido come quei contadini dentro le Apette che bloccano il traffico per le strade dei paesi. Faccio le curve fino alla casetta ridendo e piangendo con una cadenza sorprendente, a un certo punto comincio pure a cantare. Da fuori sembro un disperato appena lasciato dalla fidanzata, prossimo alla pazzia. Da fuori sembro proprio fuori di me. All’ultima curva, zuppo di sudore, di lacrime e di mocciolo rischio di prendere in pieno un ulivo secolare.
Eccomi arrivato. Sono solo salvo. Mi siedo ancora piagnucolante sul terrazzino col ghiaccio sul dito e il giornale stropicciato sul tavolino bianco. Meno male: gli altri dormono ancora, e a me e al gatto non resta che fissare sconsolati il mare che appare dietro al giovane melograno. Mi esplode un’immagine ghiacciata in testa: vedo la busta bianca di cornetti alla crema adagiati sul sedile passeggero nell’auto dello juventino.

-Papà…papà, ma hai preso i cornetti?


lunedì 20 aprile 2015

La manutenzione degli affetti

      I personaggi di questo libro di racconti camminano accanto a noi. Amano come noi. Tutto questo senza stringerci a loro, senza soffocarci nei loro sentimenti. In questi racconti si narra il presente e tutte le sue parole vivono tra di noi, ma non ci schiacciano né impauriscono. Ci accompagnano attraverso l’inquietudine, che percorre come una dolce serpe il libro. Lo stupore per i fatti quotidiani, anche se mostrati con raffinate lenti d’ingrandimento, sono carichi di elettricità e d’improvvisi turbamenti; cadute che nei giorni normali e quieti irrompono e deformano la realtà, costringendo ai personaggi ripensamenti e frenate davanti agli usci dei giorni. 


La “Manutenzione degli affetti” appare nel suo insieme come una sorta di mosaico del pensiero contemporaneo che, sorretto da uno stile diretto e acuto, forse aiuta a semplificare il groviglio incandescente dei sentimenti sottocutanei dei nostri giorni. Leggendo più volte alcuni dei racconti presenti nella raccolta, mi sono specchiato nei tanti specchi esposti: i sentimenti che si aprivano e dilatavano nelle descrizioni dei personaggi m’invitavano a pensare ai miei guai sentimentali, esistenziali, così come ero attratto dalla loro bellezza di racconti, tutto questo senza inciampare nelle buche del sentimentalismo, e neppure mortificandomi del mio essere solo lettore di passaggio. Ecco, questo libro di Antonio Pascale contiene un rispetto commovente per i lettori, ai quali presenta solo delle interessanti storie da ascoltare.
Una caparbia volontà di illustrare impressioni e vissuti attraverso gesti minimi, quotidiani, che fanno emergere uno stile asciutto e lineare, a cui l’autore si affida e confida per raccontare un mondo altrimenti trascurato e, forse, non visitato da altri, e solitamente neanche da noi. Quel mondo dove le persone dialogando con l’ambiente attraverso lampadine, ascensori, quadri, mettono in atto tic e modalità esistenziali, e così facendo mostrano tutte le conseguenze e le deflagrazioni che certe paure, certe ansie, certi affetti, e certe scelte irrompono nelle vite senza pietà. E poi sarà nel pensiero successivo, che non abita nel libro, la volontà di aggiustare o abbandonare certe storie, la manutenzione appunto, quella che ci permette di aggiustare il tiro e di continuare a vivere con dignità le cose delle nostre vite.
Fare i conti col passato, escludendo ogni salvezza possibile, ma elaborando vissuti incerti e fragili, caratterizzano e legano i racconti. Alcuni di loro sono proprio imparentati e scorrono paralleli, pur senza creare un’unica storia.  L’autore lascia  intendere che, le vicende di Rosaria e Alessandro, avevano bisogno di due racconti separati e quindi non chiude in cerchio le due storie; questo forse anche per rendere chiara una cosa: alcune storie possono essere raccontate solo attraverso gli occhi dei protagonisti, a cui lo scrittore si sottrae con maestria, lasciando emergere piano piano un vissuto doloroso che si avvicina ma non invade, né noi e né i due racconti “parenti”. Questa cosa è bella e fa della “Manutenzione degli affetti” una guida sentimentale a cui attingere di tanto in tanto, nei pomeriggi piovosi o nelle notti insonni, e perché no, anche al mare col sole che illumina ogni parola: leggerlo anche per non sprofondare comicamente nelle secche del presente. Almeno per me, che da qualche anno ne faccio uso in dosi minime ma costanti nel tempo.

“La manutenzione degli affetti”, Antonio Pascale, nuova edizione. Einaudi.


lunedì 13 aprile 2015

il bar all'incrocio

L’altra sera ho fatto un colloquio di lavoro, in un bar, si trattava di assistenza domiciliare. Mentre Giampaolo spiegava il tipo di mansioni da svolgere, facendolo con sensibilità ma pure con quel disincanto di chi lavora da anni nello sciagurato mondo del sociale, ascoltavo e dentro di me risuonavano quegli anni faticosi di quando ci lavoravo, in quel mondo. E i bimbi, quelli con cui lavoro ora, mi passavano davanti coi loro capricci adorabili, e con tutte le loro instancabili mutevoli forme di crescita. No, Giampaolo, appari onesto eppure quello che proponi è vecchio, inutile alla mia storia. Nello stesso bar del colloquio anni fa stavo con Andrea e altri a discutere sul contratto capestro che una tale Cooperativa ******* ci aveva rifilato al secondo colloquio, rimangiandosi quello promesso al primo: basta, direi basta con questa commedia dei buoni che si accontentano. Un guizzo di cattiveria ci vorrebbe. Lavoravo in una casa-famiglia a trecento metri da questo bar. Ci sono rimasto tre anni a fare il topolino-educatore da laboratorio per gli scienziati-psicologi del telefono *******. Noi a tamponare l’orrore di storie infantili schiacciate dagli adulti e loro di sopra a gestire un potere fatto di bontà, di conferenze e di politici da sedurre: sempre in tiro stavano coi loro stivali taccosi e addosso quei foulard vorticosi come serpenti. Ma il magone che avevo la domenica sera prima del turno notturno, che mi trascinavo come una coda di dinosauro sulla Nomentana buia, col pensiero di mia moglie e mio figlio da soli in quella casa sfiancata sonoramente dai tir delle cave tiburtine, dico, ma a chi potevo raccontarlo quel benedetto magone? Di certo non ad Ammaniti-padre in supervisione (tra l’altro, lo riconosco, l’unico a capire in un’ora di riunione ciò che gli scienziati di prima (quelli taccosi) non avevano capito di D. in due anni di terapie).

-         Lavora, questo hai scelto a vent’anni, e ora vai, salva l’umanità intera: bimbi sfigati, uomini soli, donne distrutte, ragazzi senza giovinezza. Teneri disabili.

Poi, una volta in casa-famiglia era tutta una lotta con D. che non voleva dormire ed io a raccontargli storie sdolcinate con finali tristi che vedevano come protagonista Gigi D’Alessio, il suo eroe. E la notte su internet a cercare altri lavori, altre fughe, e altri piaceri inafferrabili che si allungavano fino al mattino.
Mentre il colloquio procedeva con ampie parentesi sui rischi di lavorare con gli psichiatri, e non con i pazienti psichiatrici, i miei pensieri sono volati in quella casa umida che protegge una donna sola, che ride da sola, e pensa da sola, e si incazza (anche) con me, ma sempre da sola, e vuole recitare fino alla fine una parte triste, trafitta già dalla sua infanzia di guerra, con la complicità di quel piccolo paese ottuso e splendido che si sta facendo odiare anche da me adesso. Lei lo fa con un randagismo ironico, al limite del comico: quando la ascolti non resisti e ridi, poi ti incupisci un po’, ma intanto hai pure riso di gusto. E non è poco, se consideri la sua storia, il groviglio che ha in testa, e la rabbia senza freno che sprigiona in certi pomeriggi estivi. Io lo so, e un giorno ve lo racconterò. Forse.
 Mentre sorseggio il caffè, e il colloquio volge al termine, parliamo di scrittura autobiografica. Poi anche di esperienze con pazienti psichiatrici, di un dormiente che seguivo (poi suicida) e di sua madre, che mi rifilava leccornie durante il risveglio patetico e tragico del suo unico inafferrabile figlio: io e lei in cucina e lui sdraiato in cameretta, bottiglie di birra accanto al letto. Fumetti. Cicche. Capelli lunghi e sporchi che schiacciati su quel cuscino mi sembrano una medusa. Lo invoglio a tirarsi su da quel letto lurido. Poi guardo la madre, lei abbassa lo sguardo e fa un altro caffè.  Mi accorgo che raccontando solitamente ometto la morte, la pazzia e l’insostenibilità di quegli sguardi tremendi. Di quegli anni. Uso il presente, illusione per non sentirsi perdente.

Giampaolo, tu sarai un buon coordinatore, ed io forse non lo sarò mai, pur avendo sfiorato e fatto sfumare questo status tante volte: ora sono stanco di status, e pronto a mille oscenità sociali. Come questo mio scrivere così; al corso di scrittura autobiografica, che durante il colloquio mi hai detto di aver fatto anche tu, ma ahimè lì non insegnano che il troppo di noi raccontato può diventare una bolla di sapone per salvarci il passato. Domani io voglio bucarla quella bolla, e poi leccarmi la liscivia mischiata allo smog che discende giù dolcemente, come eccitante: per gli anni che ci restano per combattere e amare.
Coraggio, amico abbi coraggio di scartavetrare questo imponente passato: poi lasciateci divertire a impiastricciare le mani nei colori che ci ritroviamo.


“A letto, il bacio”, del 1892. Toulose Henri de Toulouse-Lautrec



Ps
Sì, sto cercando lavoro da integrare al mio part-time: tra quei milioni di lettori di questo blog se ce ne fosse uno interessato a offrirmene, sappia che metto a disposizione tutta la fantasia che ho. Per le referenze chiedete ad A. a E. a I. e a O.

Ps2

Durante l’arco di tempo che ho  scritto questo pezzo non ho fatto male a nessuno. Ho fatto l’amore. Ascoltato Fiumani e poi Beethoven. Annaffiato le piante del giardino. Ho letto al piccolo I ragazzi della via pal, e visto le foto che il grande ha fatto a Romics. Ho inviato decine di messaggi, e navigato un po’ disperato e un po' contento su internet. Ho telefonato a mia madre tutti i giorni. E pensavo ogni mattina a come dar retta a Kurt Vonnegut: Quando siete felici, fateci caso.





lunedì 6 aprile 2015

Che io sia stato un buono

Che io sia stato un buono, e di una certa sinistra, a giudicare dalla giornata trascorsa, non si direbbe. Che io sia stato un buon amico, un marito perfetto, a giudicare dalla giornata trascorsa, non si direbbe. Che io sia stato un buon figlio, un fratello adorato, a giudicare dalla giornata trascorsa, non si direbbe. Che io sia stato uno con mille sogni nella testa, e cento progetti da raccontare, a giudicare dalla giornata trascorsa, non si direbbe. Che io sia stato un appassionato di sport, e di calcio in particolare, a giudicare dalla giornata trascorsa, non si direbbe.
Oggi ho toccato con la mano il fango che da sempre è appiccicato ai miei piedi, che nel frattempo, di anno in anno, di guaio in guaio, di fallimento in fallimento, io sotterravo davanti a tutti. E tutti sorridevano, e chi mi faceva i complimenti, e altri ancora incoraggiavano questa pasticciona cazzata chiamandola originalità. Bah! Tra i pochi che ci videro bene, c’era un tale a Firenze che, con affetto anche lui, mi disse: ma tu non sei come vuoi far crederci (forse sei pure meglio). Tra parentesi il sottotesto che avrei voluto aggiungere allora, invece di prenderlo come un affronto inaudito a uno come me: che soffro! ma rido! e creo! io sono un uomo tutto nuovo! Sì, anche peggio di quell’altro pagliaccio che lo canta pure.

A giudicare dalla giornata appena trascorsa, e scrivendo davanti a questo specchio spento, posso dire con ostentata razionalità che io mi sono rappresentato troppo, e male, e che in fondo avrei fatto meglio a stare nel mezzo del silenzio a cercare idee potenti: ora dovrei stappare le vecchie cazzate passate e starmene dentro la meglio fantasia che ho. Così vediamo come va a finire; intanto affogo fino all’ultima goccia di me imbalsamato dall’affettuosa indifferenza altrui. Sì, un po’ è colpa mia, ma, dillo cazzo dillo, ma… e dillo: SIETE TUTTI STRONZI scritto sulla parete della mia cameretta a quindici anni, lo riscriverei ancora. E mi ci farei una foto strafottente da diffondere su internet. Stronzo anch’io, figurati.


foto di Diana Arbus

Scivere il secondo tempo, come si deve, è ciò che ci tocca dopo i quaranta, almeno credo.



martedì 31 marzo 2015

Mio padre è un osso di seppia

Ho ritrovato mio padre sulla spiaggia di Anzio. Era diventato un osso di seppia, striato da questi anni di silenzio. Stavo lì davanti agli scogli, infreddolito, solo, e lontano non vedevo neppure un’isola: mi sforzavo d’immaginare la sua barca anni cinquanta con quelle reti scure d’acqua. Sì, potrei raccontare che vendevi il pesce al mercato, e che restavi ad Anzio circa tre mesi l’anno. E dormivi rimpicciolito nella stiva, e mangiavi pane e alici fritte. Il vino bianco la sera. Un film la domenica. Gli occhi sui culi delle donne locali, nessuna avance, era un’epoca strana: facevate all’ammòr’ ma non ci avete raccontato da dove partiva la seduzione. Dalla fame? O dal sale o dall’argilla che impastava le tue nere braccia?

Mi sono tuffato e faceva già meno freddo, l’osso di seppia se ne stava su quegli scogli che morivano davanti a quella sabbia nera e bollente di ieri. L’osso di seppia aveva il cappello di mio figlio messo di traverso. Ho nuotato ore e ore fino a stordirmi di sale e silenzio.


Un anno fa scrivevo come sopra, stasera scriverei come un mostro: nel mezzo mi ascolto questa canzone fresca. Non chiedo più la luna o vette troppo alte per la mia storia, no, solo un po' di sincerità e amici da abbracciare la domenica mattina.
Fanculo le aspettative e il grigio dei tuoi occhi. 

Goffredo Parise lo spiegava meglio di me, così: "Non sopporto più le persone che mi annoiano anche pochissimo e mi fanno perdere anche un solo secondo di vita."

Goffredo Parise


venerdì 20 marzo 2015

Le piccole virtù

    Cercavo parole per la mia crisi con gli amici di sempre, e le ho trovate fresche e luminose. Cercavo frasi per approfondire meglio dell'amore e delle incomprensioni con mia moglie, e stavano là distese ad aspettarmi. Soffrivo l'assenza di confronto per capire le ragioni e le ribellioni di mio figlio adolescente, ed eccole spiegate senza disperazione. Cercavo una spinta per la mia vocazione, il mio mestiere, l'amore per la mia storia, e oplà, d'improvviso mi sento sollevato di non aver sperperato la speranza di ottenerla ancora.
    Sì, Le piccole virtù, preso in prestito in biblioteca, di colpo diventa il libro che brilla di più sul mio comodino in questi giorni di eclissi e silenzi.
   Natalia Ginzburg e la sua scrittura leggera, superba e profonda, mi suggerisce di non esser troppo entusiasta, e aspettare, in silenzio aspettare, quell'equilibrio segreto:
 "e d'un tratto le cose della terra ci sono apparse al loro giusto posto sotto il cielo, e così anche gli essere umani, e noi stessi sospesi a guardare dall'unico posto giusto che ci sia dato: essere umani, cose e memorie, tutto ci è apparso al suo posto giusto sotto il cielo. In quel breve momento abbiamo trovato un equilibrio alla nostra vita oscillante: e ci sembra che potremo sempre ritrovare quel momento segreto, ricercare là le parole per il nostro mestiere, le nostre parole per il prossimo;...


   Grazie Natalia Ginzburg, e scusa per averti incontrata così tardi (non è mai troppo tardi diresti, dolcemente seccata, ripetendomi di tenere sempre a mente quel momento segreto).

   Così metà disperato e metà sollevato mi avvio a un silenzio da me cercato, temuto, ma non per questo desiderato. Dovere delle cose, della memoria e delle attese che spaccano in due la nostra esistenza: un prima e un dopo. Intanto vado a cercarmi il mezzo, l'equilibrio, il segreto.

lunedì 9 marzo 2015

mio figlio dal ciuffo immobile

     Mi sono iscritto al primo superiore. Sì, sul sito del Miur hanno preso la domanda di mio figlio col mio nome. Il resto dei dati sono i suoi, ma il nome è mio. Dirai: lo soffochi, lo stressi, non gli permetti di sbocciare d’identità. Ehi, non esagerare, un po’ è vero ma mica sono così matto da schiacciare fino a questo punto la sua bella e acerba identità. E’ stata una falla online. Però in questi giorni di incazzature feroci sto scoprendo, e quando succede mi viene quasi da piangere, di come gli sto volendo sempre più bene a questo ragazzo oramai alto quanto me, e di come sta aumentando questo sentimento proprio mentre lui si stacca piano piano da noi. Eccolo coi suoi capelli dal ciuffo immobile, e quelle sue mani fulminee, e quel suo passo incerto tra montagnole e catrame del suo amato quartiere: dove al tramonto si intravede il cupolone, laggiù, come fosse una quinta consolante in miniatura per noi oltre raccordo. Quando deve farsi notare ha certi buffi movimenti di scatto: sembra un attore, fa bene l’attore, il mio ragazzo dal ciuffo immobile. 

   Si muove svelto col suo carico di giovinezza: a volte ci sembra triste, altre troppo serio, poi in fondo magari sta cercando soltanto il suo stile, come ogni persona sensibile su questa terra. E ride di gusto davanti a quei video su YouTube, e scava in quel tubo per me misterioso alla ricerca di specchi suoi, soltanto suoi, e noi esclusi aspettiamo che ritorni cresciuto, col suo sorriso pieno di denti che assomiglia a una canzone.

    Mannaggia a me, e ai miei mille egoismi adulti. Perché non gli ho risparmiato quando era piccolino mille traslochi e quintali d’ansia. Lui se ne stava tra di noi con quegli occhi a fissare lunghe banchine di metro, giganteschi alberi nei parchi romani, persone curiose o sole, ed io tremante con la faccia contorta a evitargli di vedere le mie fragilità; ma meno male c’era la faccia serena e decisa di tua madre ad asciugare ogni paura. Ma quante rabbie e frustrazioni passavano lo stesso, sai; poi passavano anche parenti ottusi e amici fuggevoli, che c’entra. Passava tutto. Ce ne stavamo su quel marciapiede di domenica, e intorno a noi invisibili puzze sulfuree ad assorbire i nostri sguardi, per confonderli; poi sorridere all’improvviso è sempre stata un’arte per noi. D’estate in giro con la tenda insieme agli artisti di strada, e gli amici intorno, noi eccitati, loro perplessi. Tua madre con le gonne lunghe da zingara, e gli altri che non capivano quel nostro accanimento a voler muoverci come fossimo ancora persone come loro; adesso che loro ci sembrano piccole sette famigliari - guai chiamarli durante i pranzi domenicali - non sanno che mortificano un po’ il nostro spassoso passato comune. Beati loro. Noi restiamo così allegri ma serissimi, nonostante siamo diventati insieme famiglia e persone, restando belli e soli. Alle ortiche ogni rancore stanotte.

Quel giorno con tua madre sdraiati sulla spiaggia bianca di notte, il mondo là seduto silenzioso e blu - bloccato come in una foto con la posa b - mentre noi stiamo per iniziare l’amore salato: un disgelo che sappiamo solo noi e la nostra antica tenerezza.


Facciamo che mi sono iscritto al primo superiore, sì, perché vorrei ricominciare da zero con i pensieri teneri e luminosi di questi anni, ché quelli di ieri erano di seconda mano, angosciosi, dolci e poco più. Andrea, sai che reportage ne uscirebbe? Me ne starei con la vita esplosa nelle tasche a far dimenticare il dolore con le mie inutili storie: raccontandole una a una senza far rumore. Come bloccate in una foto.





domenica 18 gennaio 2015

Gli anni al contrario

Il settantasette. Anno potente, creativo, violento. Questo mi ha sempre evocato l’anno sacro per eccellenza, per noi che siamo spersi in ammassi d’anni indefiniti, arrivati sempre dopo. Ricordo l’emozione acida nel leggere il libro di Franceschini “Mara, Renato ed io”. All’epoca stavo sempre a sinistra di qualcosa. Quando poi in fondo era il desiderio di stare coi deboli, gli afflitti dell’universo, quelli che non ce la facevano mai; non avevo mica voglia di menare il prossimo, o sfasciare vetrine né trollare negli anni a venire sui social. Non capivo niente. In realtà da un po’ di tempo sto cercando di dissacrare il mio settantasette della mente. Quella poltiglia grigia che ha tentato di colonizzare le mie forze reali, autentiche in cambio di eroi di cartapesta, poca addestrati alla realtà, eppure cosi devianti verso tunnel paurosi che non vorrei più attraversare. Allora Gli anni al contrario coincidono col mio tempo, con la mia inattesa resa, e con la mia piccola soddisfazione di rinascere di martedì. E portare con me di quegli anni lì soltanto canzoni, film, e ogni commovente cosa che ancora li rappresenta. E alcune leggi dello stato fondamentali. 

 Poi compare un presente prepotente, spinto da raffiche di vento che scopre una storia, nuova, senza più polvere ipocrita a ricoprirla. Così mi sono ritrovato tra le mani “Gli anni al contrario”, in un pomeriggio qualunque, dentro un centro commerciale-scatolone, e lì dentro avevo voglia di alzarmi dalla panchina e dire ai griffati e flemmatici passanti: ecco la storia che aspettavo. Eppure, a essere onesto, non mi aspettavo che NadiaTerranova scrivesse questa storia. Di un uomo e una donna, uno stretto, due famiglie ingombranti alle spalle, la politica che schiaccia nei ruoli, ma nemmeno che raccontasse (così lucidamente bene) quegli occhi della picciredda. Per non parlare di quell’esaltazione che si trasforma in terrore, nelle pagine centrali del libro, senza giudicare se non raccontando con rigore quel tempo. In fondo nemmeno di quelle lampare spiate con dolcezza la notte, credevo mi raccontasse. Ero solo un bimbo in attesa del suo racconto, volutamente senza immaginazione.
 Così mi ritrovo in Via Teulada assieme ai profili ancora un po’ sfocati nella mia testa di Aurora e Giovanni. Entro in Rai; no, non faccio il presentatore, e neppure l’usciere da Vespa, continuo a leggere il libro nonostante la sala si vada riempiendo di aspiranti scrittori: di ogni età, e di tutte le velleità possibili. Resto un po’ ad ascoltare la litania, poi scocciato mi arrendo, saluto, esco, e ai tornelli m’incastro, e accanto vedo Riccardo Jacona che mi osserva come se fossi un piccione, o uno scemo. Sul 495 mi rimetto sotto con la lettura, che si apre, e mi confonde spingendomi dentro a quei sentimenti che ho sempre temuto, aspettato: quelli misteriosi e dolcissimi che si vengono a creare tra un genitore e il proprio figlio. Infatti, Mara e Giovanni cominciano una corrispondenza fantastica, che diventa l’appiglio elastico per gestire un amore, un dolore; che intanto Aurora sente come suo fallimento, ma a questo punto pare non si arrenda neppure lei, si defila con fatica e determinazione, permettendo al marito e alla figlia di crearsi un mondo un po’ migliore: popolato di frasi dolci, di animali da fattoria, e attese che colorano sogni a venire. Al capolinea di Ponte Mammolo sto tifando per la saggezza di Aurora, pilastro quanto Colapesce nel gestire le forze bestiali dello stretto, e delle fragili consistenze del futuro famigliare.
Poi arrivo a casa e saluto la famiglia, mi viene quasi da piangere a vederli lì con quegli occhi pieni e desiderosi di aspettarmi, invece sorrido più del solito, e nel mio tono di voce sento un sottile mutamento: ancora una volta un libro mi spinge un centimetro più in là della mia condizione precedente.

Mi ritrovo nel letto e subisco beato il crescendo emotivo del racconto: tutti dormono quando sento entrarmi dentro - da sconosciuto - la storia degli occhi nell’epilogo che fissano i miei già umidi, che stanno brillando di rimbalzo alle nuove luci comunali a led. Fuori c’è il solito vuoto di silenzio, dentro aria familiare che fa galleggiare paure e ignoti pensieri. Che bellezza questo minuto, mi dico, e che tenera sorpresa questo libro così vicino ai miei pensieri.


lunedì 12 gennaio 2015

Mascheriamoci da scrittori. E ridiamo, ridiamo...una possibilità.

   Quelli poi non l’hanno mica letto il mio racconto. Ci ho impiegato un mese per scriverlo: tutte le mie ferie. Porca miseria, va. Loro andavano al mare e io ticchettavo con il ghigno moraviano che mi faceva apparire misterioso, sì, ma lo ero soltanto per mia suocera che preoccupata continuava ad occhiarmi. Ma come, scrivo un racconto grosso, gonfio, romanzato, purafiction e tu, oggi, gennaio 2015, ancora non ti degni di leggerlo?
Porca miseria!
Mo’ organizzo ‘na serata a tema a casa mia: tutti mascherati da scrittori. Scegliete: chi da esistenzialista, chi da romantico, chi da tardo fricchettone, eppure gli scansati vanno bene, eh. Io mi maschero da contemporaneo di nicchia.  
Rido, per dio. E poi verso vino, e ascolto tutte le vostre battute col ghigno da scemo eccitato, a un certo punto mi metto come al solito vicino alle femmine e parlo e ascolto dei problemi e delle frustrazioni della nostra età: ‘sta smania nevrotica la conservo pure quando rido da scemo. Poi, all’improvviso, vado in camera e mi vesto tutto di bianco, prendo una sedia impagliata e ci salgo su e mi metto a urlare sguaiatamente: perché non avete ancora letto il mio racconto? la prucidana si è impossessata di me, vecchia e informe femmina dei vicoli della mia infanzia. Così, prima che cali la tensione nel salone entra Antonio - avvisato via sms – e prende la sedia, inforca gli occhiali e comincia a leggere il mio racconto. “Nel ’92 feci una breve vacanza…” Io accanto a lui abbasso lo sguardo e godo, come un cagnolino godo nel sentire queste parole uniche, mie, che cadono addosso a voi, mezzi imbriachi e mezzi schizzinosi. Eccheccazz! Ho sprecato le ferie, con gli occhi di mia suocera addosso, e senza aria condizionata nella stanza, neppure una limonata con quel caldo e tu, voi, che leggete tutti i post di fèsbùc, tutti, pure quelli di zia Lia dal Lussemburgo, ma il mio enorme racconto non lo leggete? Maledetti! Antonio a un certo punto molla, dice che non c’è attenzione in sala. Già, lui è abituato alla sala Umberto; ma gli ho pure pagato il taxi, e dato tre litri di olio buono in anticipo. Anto’, sussurro, Anto’ che figura di merda, non mollare pure tu. Anto’…

Eccomi nella saletta del pronto soccorso a leggere l’etichetta del sedativo giallo, c’è un sole pallido fuori, e capisco tutto, senza che me lo dica lui tutto incamiciato di bianco: le ferie son sacre, la prossima volta porta una limonata alla suocera e scappa di corsa al mare a limonare con tua moglie.

Ma lo vuoi leggere o no ‘sto racconto?

(La prego, signore, si corichi adesso e sogni le ferie).


Il novenne che ero ascoltava questa canzone sdraiato nel letto, attirato dal suo testo misterioso, e aspettando la parolaccia finale, speravo che mia madre intanto fosse uscita dalla mia stanza. Ciao Pinodaniele.

lunedì 29 dicembre 2014

ma la tua storia come sta?

“Non ricordo quasi mai niente. Il finale dei libri, dei film; di tutte le poesie che mi son piaciute. Della prima parola (parola) detta dal primo figlio, o della prima ferita col sangue del piccolo. Non ricordo della prima volta che le sono venuto dentro. Della faccia di mio padre morto. Del primo ricovero di mia madre. In realtà ora ricordo, di questi interminabili ricordi, solo i dettagli sentimentali rimasti appiccicati alla mente. E poco più.” (Memorio Carpito, 1970-2011)

Affaticato dalla nottata nervosa e priva di senso – il senso che serve per addormentarci sereni la sera - decido di uscire e percorrere tutto il perimetro del mio quartiere. Abito qui da nove anni. E’ un quartiere rettangolare, concepito rutelliano ma veltroniano di nascita, che alle due estremità est-ovest ha due ferri di cavallo di strade: ai lati la campagna romana arrabbiata. Più che una borgata pare una penisola, ma senza lungomare.

Sono le sette del mattino. Faccio i primi venti passi e mi blocco, prima della fermata del bus, paralizzato dall’eventualità che arrivino i maremmani: spesso dall’auto li vedo gironzolare liberi coi loro cinquanta chili per le strade deserte. Così lo sguardo si stacca e si alza fino a osservarmi laggiù come dentro a un diorama. La gamba sinistra avanti, di fronte c'è una coraggiosa donna ginnica. I figli stanno là con gli occhi appena aperti. Mia moglie minuscola, infreddolita e con un pensiero che ne contiene altri mille, sta lì a riflettere nel letto. Io resto immobile, come tutte le volte in cui ho lasciato scegliere agli altri, o al caso.
Sblocco l’immagine e comincio il giro nevroticamente programmato, poco prima nel letto insonne. Arrivo davanti a un passaggio mattonato, che apre in due un terreno di erbacce fino all’ingresso di un palazzo. Proprio qui un dirigente del comune di Roma disse a una signora del Comitato, dopo che gli chiedemmo che almeno un passaggio decente andava fatto: signo’, mica ha comprato casa a piazza Navona, eh! Questa risposta l’abbiamo digerita come sudditi informati, come coglioni. In fondo me la sono meritata, visto che all’epoca bevevo tutto quello che c’era da bere nell’aria prepost-comunista, per tenere duro, da neo-padre, davanti allo sgretolamento di ogni tipo di credenza, convinzione, che avevo maturato negli anni della militanza ideologica, sentimentale, dentro a un mondo (troppo grande per me) che di certo non coincideva precisamente col mio. E dillo cazzo! Sì, dovevi dirlo anche allora ai tuoi amici mentre passavano le giornate a citare film anni settanta, o a scopare le ragazze degli altri, o ad annunciare catastrofi mondiali durante gli intervalli delle partite dei mondiali. Avresti dovuto dirgliene quattro su chi eri veramente, invece di arrenderti in democratici ascolti di loro questioncelle ancora adolescenziali. Tu avevi la guerra nella testa, e loro giocavano coi soldatini. E vincevano quasi sempre loro. Oggi alcuni di loro stanno in calde e comode case ereditate o comprate bene, e io resto indebitato, serenamente indebitato, e con una casa a cui devo già rifare le fogne. Dillo cazzo che tu volevi stare (anche) per i fatti tuoi, con i tuoi film di Moretti, e con quelle canzoni che piacevano solo a te, quei libri di scrittori israeliani e, il vero motore anti-suicidio: con quella tua favolosa e invidiabile voglia di innamorarti di tutto. Avercelo avuto un grammo di coraggio, l’altro ieri, per scegliere fino in fondo la tua perfetta solitudine dentro alla moltitudine del mondo.
All’epoca loro allegramente faticavano a fare i giovani e tu timido col tuo vecchio groppo sempre in gola, con le primordiali paure nelle tasche, e oceani di ansie negli occhi, restavi fermo ad aspettare che ti chiedessero: ma la tua storia come sta?




Ero ripartito per il quartiere, già, ma forse è meglio osservare il diorama dall’alto e perdonare i vecchi amici, le loro selvagge certezze, e le loro misere necessità, che stanotte sono anche un po’ le mie. E dai, non cedere più al rancore; invece rivesti questo tempo che ti resta di morbidi decori luminosi, e che siano soltanto un po’ più veri di ieri, e che sfiorando appena quel lembo d’organo invisibile che pompa che è una meraviglia, poi producano un soffio di felicità urbana davanti alla tua soglia di domani.

giovedì 4 dicembre 2014

Guarigione (con un po' di Lacci)


   Mentre finivo di leggere Guarigione, proprio quando l’io narrante scopre di non essere lui, né la sua storia, la causa della malattia ereditaria del figlio, in quell’istante mio figlio novenne sbatte con la schiena al rubinetto della vasca. Piange e faccio i gradini tre alla volta per raggiungerlo. No, non credo ai pensieri magici, e cose del genere, no; in quel momento, osservando la sua ferita, mi è solo venuta voglia di abbracciarlo più forte del solito, e disinfettargliela per bene. Certi libri, quando sono scritti con rigore letterario, e hanno una forza intrinseca nelle parole usate, ti spingono a riflettere, ad agire, ma con discrezione, e magari riuscire ad avere un passo nuovo verso il mondo. Almeno nell’immediato, e uno poi spera che duri nel tempo. In questo libro, Cristiano De Majo, con tutta la materia incandescente che tratta, avrebbe potuto precipitare nell’emotività, nell’urlo acchiappa lettori, invece, pur raccontando di malattie, morti, rapporti conflittuali coi genitori e con la propria generazione, riesce a mantenersi in equilibrio tra la passione e la ragione. Racconta, non dispera.

   Da qualche tempo tendo a una quiete, a un fermo biologico e riflessivo sul mio tredicesimo anno di paternità, e leggendo questa storia ho intravisto alcuni appigli allo scopo: la tenacia, e le infinite attese della crescita, che di tanto in tanto lasciamo sfociare in oceani d’amore. L’amore complesso e trasparente per i figli. De Majo narra di un percorso nato da un suo tumore ai testicoli, risolto, passando dalla malattia alla pelle a uno dei due gemelli nati dalla sua storia con Laura, fino ad arrivare a una quasi guarigione, perlomeno a una convivenza con i suoi residui. Nel mezzo ci sono traslochi, fallimenti esistenziali di vecchi amici, ma anche esperienze lavorative fatte un po’ controvoglia che alimentano, contaminano, e determinano il passaggio concreto, doloroso e carico d’amore verso la paternità. Questo non prima di aver deciso di ascoltare la storia di un suo vecchio amico, morto in un incidente stradale, raccontata dai genitori del ragazzo, che intanto si sono rimessi insieme dopo il lutto: questo racconto nel racconto è struggente. Nella vecchia cameretta del vecchio amico vive nel frattempo una ragazza, figlia di una badante di un’anziana di famiglia, che partorisce una bimba; questo passo del racconto mi è sembrato una cosa tenera, cruciale, e forse decisiva per il protagonista: lo slancio verso un pensiero ancora più umano per le cose della vita. Gli occhi dell’autore cercano di giudicare il meno possibile, pur facendoci partecipi della sua opinione incerta su temi come la solidarietà, l’immigrazione, il mondo letterario, le relazioni famigliari e amicali, che in parte riesce a sbrogliare, pagina dopo pagina, ma soltanto dopo averla attraversata con l’esperienza diretta. Tra inciampi e sguardi verso la sua realtà.
    Ci sono pagine su Napoli che pare trattengano sentimenti in conflitto tra loro, eppure, evitando il troppo già detto, ne restituisce nitide immagini della sua potenza contraddittoria e vitale. La racconta, non la celebra né demonizza. A un certo punto fa specchiare la sua sonnolenta città natale con la modernità di Milano, e sono pagine memorabili di analisi e tormento di un giovane adulto alla ricerca di un luogo dove vivere meglio: il rimbalzo emotivo tra una voglia di fuga e la stabilità necessaria. Quelle sue sigarette ancora da accendere, appena spente, o fumate con voluttà, me lo fanno immaginare nel suo camminare nervoso, acceso da pensieri che disegnano futuri colorati nell’aria.

    Prima di Guarigione avevo letto Lacci di Starnone, e a me, che so poco di libri ma forse ne intuisco subito la potenza, sono sembrate parenti le due storie raccontate. Una finisce dentro l’altra, una scaccia l’angoscia dalle pagine dell’altra: una spiega meglio l’altra. Almeno per me, che dai libri voglio sempre una scossa, un intervallo sentimentale dalla vita che scorre, per poi starci giorni e notti con la testa dentro, che la vita, quelle che continua a scorrere implacabile, poi mi chiede il conto: cene saltate, carezze non date, telefonate mancate. Intanto me ne sto in poltrona, come patibolo di maschio distratto, e il libro sopra le gambe assomiglia a una bomba inesplosa: vedo già i frammenti caldi dei miei pensieri spazzati via al mattino.
    Chiudo suggerendo di leggere a tutti Guarigione, ma in particolare ai miei coetanei quarantenni, o giù di lì, così, tanto per avere giusto un pensiero in più durante questa nostra splendida convalescenza generazionale. E poi fatemi sapere se nella testa un formicolio non alimenta anche a voi quel desiderio di riordinare al meglio, senza paura né troppa malinconia, le nostre storie un po’ allegramente alla deriva.

venerdì 14 novembre 2014

Cose da tenere

Sto salvando una cartella di mail che ho chiamato Cose da tenere. Ci sono là dentro quattro anni di complimenti, attenzioni, critiche e stupori verso le cose che ho scritto negli ultimi quattro anni, con gioiosa fatica, per scavallare la giovinezza, il passato, con discrezione umana. Negli anni precedenti avevo sempre fatto presagire, sussurrando, o slanciandomi con l’aiuto del vino, della mia volontà di raccontare i sentimenti miei, o quelli altrui all’occorrenza. Ammettevo pure nel frattempo la mia scarsa tenuta tecnica, grammaticale, culturale: così mi sganciavo insicuro da ogni attesa smisurata. Poi aggiungevo altre zavorre tirate fuori col preciso scopo di inciampare da solo, senza il solito sgambetto della vecchia vocina stronza: lascia perdere e pensa a campa’, mi ridacchiava impietosa all’alba. Invece qualcosa poi ho scritto. Siccome mi sento alla fine di questo stato di grazia, di scrivere come se mangiassi o passeggiassi, e siccome sto cambiando gestore telefonico e la casella mail andrebbe persa, così, dall’altro ieri, mi son messo a rileggere tutta ‘sta corrispondenza rimanendo per tutto il tempo sul filo della lacrima, e con il desiderio di rispondere di nuovo ad alcune mail, anche di quattro anni fa. In questo periodo mi prende lo spavento per improvvisa incapacità, crollo definitivo, e prosciugamento creativo. Ma poi che fa? Non si può mica campa’ così una vita.
Potrei consolarmi con le mail di N. o di D. e anche di E. e A. senza scordare S. e V. e altre ancora che mi riempiono il cuore e carezzano la nuca quando sono a terra. Potrei ancora. Perché l’ho fatto davvero in questi anni. Invece di uscire la sera o imparare l’inglese, mi mettevo prima a scrivere per il blog, e, una volta sazio, a salvare o rileggere i complimenti o gli incoraggiamenti. Cari miei, vengo anch’io da deprivazioni più o meno pesanti, ingombranti, che poi col tempo non ho avuto il coraggio di riscattarle più: di troppa sensibilità si impazzisce di rabbia.
Rileggendole mi scatta anche un pensiero: quanta energia ho speso per scrivere? Così finisco col pensare alle notti e ai pomeriggi in cui ho trascurato moglie e figli, o qualche vecchio amico, e perfino quelli nuovi, conosciuti proprio perché scrivo. Anche la voce di mia madre ho un po’ scordato ultimamente, e nelle sue stanze strette rimbomba il suo silenzio.
Insomma mi fermo qui, poiché dopo quello che ho scritto per l’intero mese di agosto, in cui ho ficcato vent’anni di storie verosimili a quelle di decine persone conosciute, amate, temute, adesso mi siedo e aspetto: di rifare altre frittate. Di combinare incontri esplosivi, e ascoltare la sera i miei figli. Scopare la notte. Camminare e camminare. Come ho fatto l’altra sera, che ci siamo ritrovati a partecipare alla fiaccolata per Stefano Cucchi, insieme a tanti altri silenzi come noi, e ho potuto ammirare da vicino gli occhi dignitosi di Ilaria Cucchi, e ascoltare altre voci pari alla sua di coraggio e dolore. In quella piazza ho visto, sentito e strusciato persone, storie, che mi son sempre state vicine e che in questo periodo sto scacciando da me per mancanza d’aria: no, non vi odio più, ma lasciatemi solo e vi saprò dire altre cose interessanti.
Ricomincerò magari domani, intanto scuoto tappeti e lenzuola, non prima di aver conservato tutte le vostre cento dolci mail.

Vorrei scrivere di Pino e della sua improvvisa scomparsa, che per me l’anno scorso era stata una ricomparsa: di ricordi teneri, e parole scolpite durante passeggiate di secoli fa sul Circeo, o in campagna da me. I suoi enormi occhi, e le sue rose al taschino e le sue frasi che tentavano un salto nel blu, sono pietra da lavorare per la mia memoria.

 Ora mi fermo per davvero, e intanto penso a come raccontare meglio di lui e di me, di voi e di noi. Provo a non fermarmi.


venerdì 7 novembre 2014

fa freddo ( pensando a Pino, ovunque sia)

Fa freddo. Le sette del mattino. L’auto parte e mi porta a casa dei miei.
Nel frattempo.
Stringi gli occhi che non è successo niente, quello si è sbagliato, non ti agitare. Magari l’ha sentito appena, senza capirci nulla mi ha subito chiamato. Mo’ richiama. Sì, me lo sento. Mica può succedere oggi, fa troppo freddo. E’ settembre eppure fa freddo. Laggiù il mare è celestino di barche e silenzio. No, non voglio accendere la radio, ché poi se chiama non li sento. Perché chiama ora, che ti credi, e chiama su: ecchecazz! Vado a cento all’ora ma sto fermo, e i semafori li sfioro arancioni, poi abbaglianti, clacson, e mani sempre più piccole che si alzano per maledirmi. No, il pullmino della scolaresca no, non ci voleva; passate bambini belli, su, io non vengo, ché io da oggi non sono più bambino. Ma no, che pensi, che dici davanti a ‘sti tergicristalli che so’ partiti da soli. Mi sa che il braccio appeso sul volante ha schiacciato la leva. Boh! Devo farla vedere ‘sta macchina, l’altro giorno pure le quattro frecce son partite da sole. Ecco, manca poco, due semafori, un bar e l’incrocio dell’ospedale. So’ arrivato, aspettatemi.
Scendo e corro. Arrivo. Mi ricordo, appena vedo il divano con il cuscino sgualcito, e poi la faccia di mia madre che scompare nel collo e le mani di mio fratello che afferrano solo aria, sì, ricordo che ho sentito il suono dell’ambulanza, un secondo fa. Sì, allora è salvo. Invece ci abbracciamo io e mio fratello, l’ultima volta era successo dopo il goal di Hateley nel derby, un secolo fa. Ci abbracciamo, e io ora lo so: è muort’. Stringo anche mia madre, la sua angoscia bianca, e in un attimo tutte le foto della casa diventano bianco e nero.

Risalgo in macchina, e da solo raggiungo l’ospedale. L’atrio ha troppo marmo, e questo è l’ultimo pensiero dell’infanzia. Mi fanno entrare in una stanza enorme divisa a fette: da sipari di stoffa opachi. Sì, è lui. No, non fate l’autopsia. Ciao papà.